sentita se non da quelli che per lo continuolegger de’buoni libri vi hanno avvezze leorecchie, e se P han fatta quasi sua.
E queste son le ragioni perchè io stimodifficilissimo che una commedia, fatta oggidìper Italiani, possa avere quell’ atticismo cheebbero un tempo, e per cui tanto piacqueroa’ Romani le commedie di Terenzio ; imperoc-ché la lingua che parlasi nella comune usan-za, non ha quasi vaghezza niuna; e la fio-rentina , e quell’altra che amò il Castiglione,quantunque vaghissime sieno e bellissime, nonpar però che abbiano quella grazia che è gu-stata comunemente dal popolo.
E qui pare che la cosa istessa mi ammoniscadi ragionare alquanto di una consuetudine in-trodotta , già è gran tempo , in Italia , e ri-tenutavi dalla comune approvazione del po-polo ; la qual è, die la commedia non più sicomponga tutta in una lingua sola, ma partein una lingua e parte in un’altra, introducen-dovi varie persone che parlino variamente jchi bolognese, chi veneziano, chi napoletano ,chi toscano, chi bergamasco. E tanto piace alpopolo una tale varietà, che non può se nonche difficilissimamente accomodarsi a quellecommedie che non hanno questi varii linguag-gi. Et io credo questa esser in gran parte laragione perchè le commedie francesi tradotteX>el volgar nostro non sono molto desiderate ;nè quelle dell’ Ariosto , per quanto belle esserpossano, si soffrirebbono; nè quelle di Te-renzio , quantunque sieno bellissime.
Io ho pensato meco stesso alcuna volta,