TERZO. 187
Non è pfcrò che nelle maschere, così comesogliono usarsi nelle commedie, io approviogni cosa. E primamente io temo che parerdebba inverisiniile che in una o in due fami-glie mezzane e private, in cui dee compiersil’azion tutta , raccolgansi ad un tempo , percosì dire, tante provincie , così che vi si tro-vino insieme e un Bolognese e un Venezianoe un Bergamasco e un Napoletano. Nè puòfacilmente intendersi come una giovinetta cre-sciuta in casa di un Bolognesaccio, nè altrotutto ’1 dì udendo che la Francescliina et Ar-lecchino, parli poi essa un bel toscano.
Lascio stare molte altre inverisimiglianze chenon son vizii propriamente delle maschere , madi, chi non sa farne buon uso. Perchè certonon può mai parer verisimile quel fingere Ar-lecchino della maggior goffezza che immagi-nar si possa, e poi farlo in certe occasionicosì destro, e portator di lettere tanto ac-corto. Ed anche talvolta nello stesso portarlettere farlo tanto sciocco, che più scioccodebba parere il padrone , che a tale ufficiodi lui si serve. Ma il popolo soffre quellainverisimilitudine in grazia della sciocchezzache lo fa ridere. E quei che compongono lacommedia, credon d’ essere eccellenti e degnidi lode, purché facciano ridere il popolo,comunque sei facciano.
Nulla dirò di tanti modi freddi et insulsiche si attribuiscono alle maschere. per esem-pio, Arlecchino, che non sa mai dire una pa-rola dirittamente , nè chiamar Pantalone chenon lo chiami Piantalimone , ed altre tali