TERZO. igj
scrittura, se non mi ricordassi d’aver sopraaccennato di voler pure dir qualche cosa dellatragicommedia. Ne dirò dunque brevissima-mente, giacche non credo che occorra dirnemolto.
La tragicommedia è una rappresentazione chopartecipa della tragedia e della commedia, par-tecipando del fine dell’una e dell’altra. Vuoisidunque per essa muovere gli ascoltanti a com-passione ed orrore, e insieme indurgli a riso.
Dove subito si vede, che ad aver per buonoun tal genere di rappresentazione, bisognereb-be , in primo luogo, vedere se quegli affettiche abbiamo detto, possano unirsi insieme. Eparrà forse ad alcuni quello che da principioparve anche a me, cioè che non possano ; nèsia da sperarsi giammai che alla compassioneet all’orrore aggiungasi il riso ; per la qualcosa io cominciai già gran tempo a riguardarela tragicommedia come una rappresentazioneripugnante in se stessa e naturalmente cattiva.
Ma poi pensando meco stesso, parvemi chepotesse esser modo di far ridere anche inmezzo a gli affetti più melanconici. E consi-derando che Cicerone fece ridere i giudicinell’ atrocissima causa di Cluenzio , e che ilFedon di Platone non lascia d’ aver certe gra-zie , che se non fanno ridere, pur temperanola tristezza di quel maraviglioso dialogo ; co-minciai a credere, che usandovi studio e giu-dicio, potesse forse comporsi una rappresen-tazione la qual movesse e riso e compassione.Non sarebbe per avventura difficile spiegar gliartificii e i modi di far ciò, se noi avessimo