QUARTO. 2JI •}
perdi è lasciamo stare die essi non sono maisicuri che quelle loro opinioni sieno vere,non vuol darsi a quei che ascoltano un poemaquella noja di dovere tratto tratto immagi-nar le cose tanto altramente da quel chesogliono immaginarsi, e concepir nell’animoil sole fermo, e la terra che gli si rivolgaintorno, e i corpi senza colore. Delle qualiimmaginazioni strane e sforzate non si va-gliono nè pure i filosofi, se non là dove nesia bisogno, e ne facciano particolar quistio-ne Ma il poeta , che vuole dilettar gli uo-mini , e non dar loro fatica e pena, dee aste-nersene , quanto può. lo vorrei dunque cheil poeta e in se stesso e nel suo eroe mo-strasse le virtù morali, accomodandosi nelresto alle opinioni comuni, le quali, quandobene fossero false, non farian l’uomo peg-giore ; e forse peggior diverrebbe per lo dis-inganno.
Io ho fin qui esposto, gentilissima signoraMarchesa, la definizione e il fine dell’epope-ja, mostrandovi quelle condizioni, senza lequali appena che il poema meritasse di es-sere chiamato epico. Restano ora alcuni av-vertimenti , che sarà ben di osservare, afine che il poema non pure epico si chiami,ma bello ancor sia ed eccellente. E so iobene che a ciò non basteranno nè quegli av-vertimenti che io vi esporrò, nè quanti Ari-stotele e gli altri maestri grandissimi ce ne'lasciarono; più avvertenze assai far dovrà ilpoeta stesso componendo il suo poema, diquelle che o per me o per altri scriver si