QUARTO. 2I g
È in primo luogo, che a fare un poemadebba la favola esser una, non è alcun dub-bio ; perchè se due fossero e non una leazioni, due altresì sarebbono e non uno ipoemi ; nè lascerebbono d’ esser due , perquantunque il poeta si ingegnasse di inserir-gli l’uno nell’altro. Il che quanto poco sìconvenga, ognuno se ’l può vedere ; che cer-tamente interrompendosi l’una azione per l’al-tra , oscurità ne nascerebbe e confusione, esoverchia fatica ne sentirebbono i leggitori.L’Ariosto, che amò que’ suoi inlralciamenti,confessa egli stesso sentirne molta a non per-der la traccia; nè tanto è da lodarsi per que-sto , quanto si loda per tutt’altro. Vuol dun-que l’azione esser una; e sarà una se avràun certo fine, al qual solo si indirizzino emirino tutte le parti di essa.
All’unità dell’azione nella tragedia e nellacommedia sogbon congiungersi l’unità del luogoe l’unità del tempo; le quali due unità aquesto tornano, che tutta l’azione si compiein luogo assai angusto e in tempo assai bre-ve ; il che a quelle due rappresentazioni moltoben si conviene ; perchè in vero sconcia cosasarebbe che dovesse l’uditor pensare di es-sere prima in Roma e poco appresso in Ate-ne , e veduto un fanciullo, in poco d’oravederiosi innanzi diventato vecchio. Le qualicose però se turbano il piacere della rap-presentazione , non turbano quello del rac-conto, da cui lasciasi ognuno facilmente con-durre per ogni luogo e in ogni tempo, nondovendo far conto di esser egli personalmente