QUARTO. 261
con le azioni proprie della virtù. Io non mifermerò qui a spiegarvele, lasciando che ilfacciano i fdosofi. Dirò solo alcun poco dellaprudenza, la qual virtù sommamente richie-dcsi all’ eroe, e potrebbe però il poeta dileggieri ingannarvisi.
Dovrà dunque l’eroe mostrarsi al sommoprudente, non così però che per prudenzasi tenga sempre lontano dai maggiori perico-li; perchè se egli ha da mostrar valore piùde gli altri, bisogna ancora che trovisi arischio più de gli altri. Io voglio dunque chela favola del poema sia tessuta per modo ,che possa l’eroe mettersi di tanto in tantoai pericoli grandissimi, senza che glielo vietila prudenza. Di che abbiamo molti esempi inOmero e in Virgilio. Non così tosto deponl’ira e riconciliasi Achille con Agamennone ,che corre all’ armi, e combattendo controa’ Trojani, mettesi ad ogni rischio. Nè perprudenza rimansi Enea dal venire egli stessoalle mani prima con Mesenzio e poi conTurno. Vorrei similmente nel Tasso, che di-mostrandosi Goffredo più di Tancredi pru-dente , si dimostrasse eziandio più valoroso ;ma quella favola è forse tessuta in modo, cheegli non può farlo per prudenza.
E poiché pure siamo entrati a dire dellaprudenza dell’ eroe , piacerai di avvertire ch’ionon vorrei poi che egli si dimostrasse in que-sta virtù tanto eccellente , che potesse parerfurbo e scaltro; nè vorrei che egli fosse gran-dissimo ritrovator d’ astuzie , nè pi’esto sem-pre a gl’ inganni, come che paja lecito usargli