quarto. 263
che par che non sappiano studiar altro ; eperò credonsi comunemente essere di piccolanimo, e non avere sentimento niuno nè diliberalità, nè di amicizia, nè d’altra virtùnobile; e quindi è, che in molti governi sivieta a i nobili il mercanteggiare; nè è, ch’iosappia, nazion veruna , che dovendo eleggersia re un cittadino, mai s’elegga un merca-tante. Che se rade volte avviene che voglianogli uomini di un mercatante fare un re, moltomeno dovrà il poeta voler farne un eroe.
Abbiamo fin qui detto della bontà che ri-cercasi nell’epopeja al costume dell’eroe. Noncosì facile sarebbe spiegare e‘determinar quellache richiedesi al costume dell’ altre personemen principali, le quali dovranno essere al-cune buone ed altre malvagie, come sopraè detto ; et è difficile in questa distribuzionedi bontà e malvagità stabilir regola niuna.Dirò solo che a me piacerebbe una certa va-rietà faeile e naturale, per cui mostrasse ilpoeta, non di aver lui a bello studio formatigli uni buoni e gli altri cattivi, e questi piùe quei meno, ma di avergli anzi pigliati tali,quali erano verisimilmente nel fatto istesso.Nè vorrei che egli si compiacesse tanto degli eccessi, come alcuni fanno, i quali sefingono un furbo, vogliono che ogni cosa inesso sia furberia; e se un avaro, che mostriavarizia in ogni parola eli’ e’ dica ; e se uniracondo, che stia sempre su le bravure esu 1’ armi ; perchè recandosi a tanto eccessoi costumi finti, si leva al popolo il piaceredi riconoscere in essi e ravvisare i veri. Io