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d’altro che di scegliere a ciò voci belle e nobi-li, come e’fece. Nè curò di mettere in per-fetta uguaglianza quelle tre opposizioni de icavalieri alle donne, degli amori alle arme,delle imprese alle cortesie; che sarebbe statain vero puerilità; ma distinse le due primenel primo verso, fermandosi con l’accentonella sesta sillaba ; distese la terza per tuttoil verso secondo , fermandosi con F accentonella quarta, e dando all’imprese un aggiun-to, il che non lece alle cortesie; così com-pose due versi pieni insieme di ornamento edi decoro, e così pur fece tutta quella otta-va , variandone il suono in più maniere, esostenendola lino all’ultimo con dignità. Nelche non può dirsi che egli non si valesseassai della comodità della lingua, non ancoradel tutto guasta dalla consuetudine.
E bene un altro difetto che per cagiondella lingua perdonar bisogna, non che aiFrancesi, anche a gl’italiani; e questo è lanecessità della rima, la qual nasce dal suonodelle parole, il qual non basta da se solo aformar versi che contentino affatto le orec-chie, se la rima non vi si aggiunga ; di che,senza entrare in sottilità , F esperienza ci hafatto chiari. Perchè veggiamo con quantaavidità hanno i nostri fino da tempi più an-tichi abbracciata la rima. E lo stesso hannopur fatto e Francesi e Spagnuoli, quantun-que abbiano quelli una lingua molto soave ,e questi una lingua nobile oltre modo e ma-gnifica. Segno che le parole onde questelingue si formano, benché ridotte a certiCanotti F. M. Voi. I. 19