2.90 RAGIONAMENTO
numeri e misure, non possono però dare alleorecchie tutto quel diletto che esse vorreb-bono, ove manchi la rima. Di fatti uon è chilegga il poema del Trissino, che ha per al-tro le sue bellezze. E chi è che legga la Col-tivazione dell’Alamauni che è pur tanto bella ,e le Giornate del Tasso che pur sono sparsedi bellissimi lumi ? Si vede dunque , le pa-role non essere per se stesse abbastanza va-levoli senza 1’ ajuto della rima. Nè potrebbela consuetudine emendar quel difetto, se giànon mutasse le parole, che è quanto dire illinguaggio. Se parrà dunque ad alcuno chel’uso della rima non si confaccia alla gravitàdel poema epico, io non gli contrastala} pun-to ; dirò solo che un tal difetto dee perdo-narsi a quei poeti che scrivono in una linguai cui versi ne hanno bisogno. Non avrebbedovuto perdonarsi nè a Virgilio, nè a Lu-cano , nè a Stazio , scrivendo essi in una lin-gua più felice, a cui non abbisognava unatale affettazione ; che di vero tal ne parrebbela rima; ma l’uso fa che non vi si pon mente;e intanto le orecchie si dilettano in quellauniformità e concordia di voci , la quale ri-guardata con giudizio si avrebbe fuor di du-bio per un ornamento troppo palesementericercato , e, per così dir, puerile , nè maiproprio di uu poema a cui richieggasi sopratutto la gravità. Et è men proprio poi, se sirivolga il poema, come suol farsi, in ottave,le quali con quel perpetuo e costante ordindi rime così chiaramente scoprono l’artifiziodel poeta, che io non so , se invece di usai
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