quarto. 291
le ottave, non fosse meri male dare a cia-scun verso quella misura di sillabe che gli sirichiede, e poi lasciargli tutti correre a pia-cer loro senza ritegno alcuno di rime. Ma,come ho detto di sopra, se in questo è col-pa , non è del poeta, ma della lingua ; eprocedendo il difetto dal suono troppo de-bole delle parole, non potrebbe la consue-tudine emendarlo.
Potrebbe forse la consuetudine , introdottaa poco a poco e con giudicio nella nostralingua, venire una volta a termine di con-cedere alle espressioni et alle forme del direalquanto più di libertà che per avventura nonhanno , onde potessero innalzarsi in un poemae scostarsi, alquanto' più che non fanno, daquelle dei prosatori. Nè in questo però vor-rei che il poeta fosse troppo ardimentoso,nè troppo si affrettasse ; nè so, se io per-mettessi ora ad uno de’nostri il dire: coluiapprestò molta cerere , per dire : apprestòmolto pane ; e colui si bevve molto hocco,per dir: molto vino ; benché Virgilio e glialtri Latini sei dicessero. Ma la consuetudinedel parlar latino non si offendeva di questeespressioni così ardimentose, le quali benchénon si usassero dai prosatori, pur piacevanoper l’uso che ns facevano i poeti. La con-suetudine della lingua nostra , o più tosto lapusillanimità de’nostri poeti, ci ha rendutitimidi e poco disposti a quelle forme cosìanimose, le quali chi usasse, non parrebbequasi che parlasse italiano . E quindi è, cheV Ariosto per lunghi tratti, se V espressioa