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Volume I.
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323
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QUINTO. 3 2 3

nesuoi versi , quantunque laido dir sipossa, vituperevole, è però anche as-sai lontano da quella somma perfezione a cuivorrebbe giungere lamor Platonico 5 il qualamore vorrebbe che luomo, astraendosi conla mente dalle differenze tutte che distinguonoe circonscrivono 1 oggetto che egli ama , siinnalzasse a quella bellezza universale , eternaed immutabile, per la cui partecipazione sonobelle, tutte le cose che sono belle ; e quellabellezza contemplando, in essa si riposasse.E veramente non so , se nella quiete di quel-laltissima contemplazione avesser più luogoi timori, gli affanni, gli sdegni. Ma quellarmante che il Petrarca vojle imitare, benchéresista a gli stimoli dellappetito, e gli vinca,non è però tanto vago della bellezza univer-sale , che si riposi in essa, e non torni sem-pre alle bellezze di Laura.

Quanto poi al dire che la poesia è unartedi imitare, e però convenirlesi rappresentargli amori così appunto, come si usano, iocredo di avervi detto altra volta che quelladefinizione della poesia non può del tutto pia-cermi. Io amerei meglio definirla un arte diverseggiare a fine di diletto; e perchè il ver-seggiare imitando maggiormente diletta , quindine viene che debba la poesia imitare ; noncosì però che si abbandoni del tutto all imi-tazione , ma sol tanto imiti quanto ciò ba-sti a recar diletto ; perchè son molte cose ,le quali chi imita, se rechisi fino a uncerto segno, piace ; chi procedesse piti oltrecon limitazione, non piacerebbe ; i pittori