QUINTO. 327
Io dunque non mi fermerò a spiegarvegli,rimettendomene a rettorici stessi, che perprofessione gl’ insegnano.
Dico bene che tra i molti luoghi onde sitraggon gli affetti, e quasi pongonsi sotto gliocelli i costumi delle persone, io non vorreiche il poeta si valesse sempre de i più co-muni, che per lo lungo uso hanno già quasiperduta la forza loro; ma piacerebbemi chescegliesse talora i più vaghi e i più propriiall’ intenzion sua. Perchè se uno , volendoimitare un innamorato, non altro dirà, senon che egli ha del continuo nel cuore ladonna sua, e sempre a lei pensa e sospirae piange, parrà che poco dica, dicendo quelloche tutti e sempre dicono. Ma se uno dirà,parergli veder per tutto, ovunque volgasi, ladonna amata, così che molte volte cade ininganno , parrà che dica molto più. Come ilPetrarca in quel sonetto:
Per mezzo i boschi inospiti e selvaggi,là dove parlando di Laura , dice :
E (, 0 cantando ( o pensier miei non saggi!}Lei, che "l del non porla lontana forme;Cli 1 l’ho ne gli occhi, e veder seco parmeDonne e donzelle, e sono abeti e faggi.
Il Bembo in argomento pivi doloroso, fingendoche quella donna che egli amava, si fossemorta, usa un sentimento poco diverso, làdove dice :
Cli 1 non so volger gli occhi in parte 01 "ioNon scorgi lei jra molte meste, o lasso !Chiuder, morendo, le sue luci sante;