QUINTO. 33 !
Piacemi almen che i miei sospir sieri, qualiSpera ’l Tevero e VArno,
E’I Po, dove doglioso e grave or seggio .Rettor del del, io cheggioChe la pietà, che ti condusse in terra,Ti volga al tua diletto almo paese.
Vedi, Signor cortese ,.
" Di che lievi cagion che crudel guerra,
E i cor che indura e serraMarte superbo e fero,
Jpri tu, Padre, e ’ntenerisci e snoda:Ivi fa che ’l tuo vero,
Qual io ini sia, per ’ la mia lingua s’oda.
Vedete che gravità regna in tutti questi ver-si, qual si conviene appunto all’affetto dellacompassione, e però lontana da ogni scherzoet ornamento puerile. Non saprei similmentelodare quel sonetto tanto lodato :
Italia, Italia , o tu, cui feo la sorteDono infelice di bellezza, and’haiFunesta dote d’infiniti guai,
Che infronte scritti per gran doglia porte;
che di vei’O quella bellezza che ha per dotei guai, i quali stanno scritti in su la frontedell’ Italia , pare uno scherzo ; e chi vuoledimostrar compassione, non dee scherzare.Ma quel sonetto è tutto ripieno di giochetti,fuori il primo terzetto che è veramente belloe magnifico :
Che già da V alpi or non vedrei torrentiScender d’armati, e d’uman sangue tintaBever V onda del Po gallici armenti.