quinto. 343
E similmente termina con molto affetto ilsonetto :
Qual paura ho, quando mi torna a mente,
che egli scrive essendo in gran timore nonfosse morta la sua Laura. Scriverò qui tuttee due le terzine , che essendo affettuose oltremodo ancor esse , dispongon 1’ animo a sen»tir meglio l’affetto che è nel fine.
Deposta avea V usata leggiadria,
Le perle e le ghirlande e i panni allegri,E 1 riso e ’l canto e ’l parlar dolce umano.Così in dubbio lasciai la vita mia ;
Or tristi auguri e sogni e pensier negriMidanno assalto. E piaccia a Dio che invano,
Anche Monsignor della Casa , scrivendo alRota dimorante allora forse in Toscana , ter-mina il sonetto con un impaziente desiderio,tanto più bello, quanto più semplice e na-turale.
Mio dever già gran tempo a le TirreneOnde mi chiama, et or di voi vaghezzaMi sprona : ah posi ornai chi mi ritienei
Essendosi fin qui ragionato del sentimento
Ì irincipale di cui formasi il sonetto, e del-,’ ultimo con cui si compie, voi mi doman-derete , graziosissima signora Marchesa, se equesti, e tutti gli altri sentimenti che entranonel sonetto, generalmente debbono esser veri,,e come. Imperocché sono alcuni i quali cre-dono , secondo una certa loro maniera di benpensare, che tutte le sentenze debbanp esser