QUINTO.
dottrina, pure se quelli che li compongono ,sanno ben 1’ arte loro, studiano, quanto pos-sono, di dir molte cose così che pajano ve-nute a caso ; e molte ne dicono, mostrandodi uscire dell’ argomento, benché talvolta nonne escano. E ciò per dare al dialogo, il piùche possono, quella giocondità che è propriadelle belle e civili adunanze , a cui si va perpassar tempo. Voi ne avrete osservati giàmolti esempi nel nostro Castiglione. Ora iodico, che io non sò, perchè non fosse da lo-darsi un poeta, che componendo ode o so-netto, o altra tal cosa, imitasse il ragionardi quelli che nella comune conversazione silodano ; e quanto all’ ordine e al legamentodelle sentenze usasse quella medesima libertàche quelli usano ; così che per picciol motivoche ne avesse, purché alcuno ne avesse, nondubitasse di allontanarsi da quel rigoroso or-dine che la ragione prescrive ; e dico : pur-ché ne avesse alcun motivo, quantunque pic-ciolo ; perchè il farlo senza motivo niunopazza cosa sarebbe. E son d’opinione che ipoeti lirici eccellentissimi che noi leggiamo,essi pure intendessero di usare una tal liber-tà. Giovanni della Casa ne’ due quadernariid’un suo sonetto mostra, se aver gran simi-glianza con Glauco ; ne’ due terzetti, con Esa-co. La favola di Glauco e quella d’Esacosono, cred’ io, assai lontane tra loro ; mal’una simiglianza porge motivo di ricordar}’ altra. 11 sonetto è bellissimo, e incomincia:
Già lessi, et or conosco in me, sì come.