QUINTO. 35*1
s’era detto; pur quello che s’era detto faricordar di questo. Eccovi le due terzine:
Così mi sveglio a salutar VAurora,
E il Sol eli è seco, e piu V altro ond’io fuiNe’ prim anni abbagliato e sono ancora.
E gli ho veduti alcun giorno ambedui
Levarsi insieme, e in un punto e in un ora,Quel far le stelle, e questo sparir lui.
Piacemi dunque che il poeta passi talvoltad’un sentimento in un altro eziandio per ca-gion lieve ; dispiacerebbemi, se il facesse senzacagion niuna. Laonde io non posso lodar tan-to , quanto vorrei, quel sonetto che il Bemboscrive al Casa ; perciocc hé io non trovo assaichiaramente la cagione che lo conduce daldir ciò che dice ne’ quadernarii, a dir quelloche dice ne’terzetti. Ne’quadernarii si scusaappresso il Casa dell’ ardir che prende di lo-darlo ; ne’ terzetti dice eh’ e’ verrà un tempoin cui crederassi, lor due essere stati i piùfelici uomini di quel secolo, essendo amen-due nati in città nobilissime, e poi tenuti inRoma e cresciuti. Lascio stare che assai pocorichiede il Bembo ad esser felice, se a ciògli basta di esser nato in città nobile, e poitenuto in Roma . Quanti ri’lia alla stessa con-dizione che son miseri '! Ma lasciando starquesto, io certo non veggo assai chiaro, qualeoccasion dia il sentimento de’quadernarii alseniimento de’ terzetti. Io vi proporrò qui ,valorosissima signora Marchesa, tutto interoil sonetto, e riinettcrommene al giudicio vo-stro.