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e bel, dicitore. A me par certo pieno d’af-fetto e di tristezza quel sonetto del Petrarca :
Io pur ascolto, e non odo novelld,
che egli fece in tempo che partitosi da Lau-ra , entrò in timore non fosse morta. Nè pocovale a mostrar quella passione il trascuraredi misurar le sentenze co’ versi, e il passareper ciò con la sentenza dal quadernario se-condo al terzetto che segue, e finirla quasial principio del primo verso di questo, fi-nendone poi un’altra alla metà del terzo, elasciando che un’altra si termini col primoverso del terzetto secondo. Eccovi i versi:
Forse vuol Dio tal di virtute amicaTorre a la terra, e in delfarne una stella,Anzi un sole. E se questo è, la mia vita,I miei corti riposi e i lunghi affanniSon giunti al fine. O dura dipartita ,Perchè lontan in hai fatto da’ miei danni ?La mia favola breve è già compita,
E fornito il mio tempo a mezzo gli anni .
Ma già parmi aver detto abbastanza dellesentenze, e forse anche più che non biso-gnava. Resta ch’io dica della parole, con cuile sentenze si esprimono ; di che nasce lostile. Circa le quali parole io trapasserò mol-tissime cose, lasciando che le insegnino igrammatici. Dirò solo della scelta e colloca-zion loro, e del numero o suono che quindinasce, e finalmente delle forme, o vogliamdir frasi, che di esse si compongono. E certodebbono le parole esser proprie di quella