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Volume I.
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363
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quinto. 363

intende a ben parlare, osservasse con dili-genza quali parole usino i dicitori eccellentinella comune conversazione, e quali sfugga-no ; e poiché questo studio e stato già fattoda gli scrittori più illustri, vorrei che il poetaa questi si rivolgesse, e notasse quelle paroleche essi usarono, per usarle poi egli a luogoe tempo, sicuro di non errare, seguendoquelli che a giudicio comune non errarono.

Ma voi direte, signora Marchesa, che ioqui mi son tenuto troppo al generale, e de-1 sidererete che io arrechi alcun esempio, incui conoscasi cotesta bellezza e nobiltà diparole, la qual sentesi senza saperne il per-chè. Et io son presto di obbedirvi, recan-dovi quegli esempi che mi correranno allamemoria, non solo perchè conoscasi la bel-lezza delle parole, ma ancora, e molto più,perchè intendasi quanto talor vaglia la bel-lezza duna parola sola a far bello tutto unverso ; di che potrete argomentare quantostudio por debba il poeta a fare scelta delleparole. Vedete quel primo verso del Petrarca :

y 0 i che ascoltate in rime sparse il suono,

quanto perderebbe di grazia, se in vece diascoltate dicesse udite, e fosse il verso:

O voi che udite in rime sparse il suono.

E certo saranno alcuni ì quali diranno, lavoce ascoltate esser più bella che la voceudite, perchè la a e la o son più sonore epiù belle che la « e la i; e loderanno rin-contro delle due consonanti s y c, e delle due