QUINTO. %ng
artificio. Io certamente, qualor mi torna allamemoria quel sonetto del Petrarca , che in*comincia :
Quante fiate al mio dolce ricetto,
non so lodar meno il secondo verso del primoterzetto, che gli altri due, quantunque il se-condo abbia alquanto di durezza, e gli altridue sieno, a mio giudicio, soavissimi. Ec-covi il terzetto :
Or in forma di Ninfa , o d’altra Dim,Che del piu chiaro fondo di Sorga esca,E pongasi a sedere in su la riva.
Vedesi dunque la varietà tanto piacere, cheper amor d’essa piacciono ancor le cose cheper altro non piacerebbono.
Ma restringiamo in breve le ragioni percui principalmente io voglio che nel suonode’versi cerchi il poeta, quanto più può, lavarietà. La prima si è per isfuggire la sazie-tà, che è sempre di grandissima noja, e na-scerebbe senza alcun dubbio dal tener sem-pre il medesimo suono, o quasi il medesimo.La seconda è , che quelli che variano il suo-no , passando facilmente d’uno in un altro ,e poi tornando con grazia a quel che lascia-rono , mostrano di non porvi studio, e ver-seggiar più tosto naturalmente che per arte ;il che avvertendosi dalla mente di quei cheascoltano, piace. Imperocché io voglio chevoi vi persuadiate, il suono del verso doverriferirsi non solo al diletto delle orecchie ,ma ancora a quello dell’animo, il qual consiste