QUINTO. 385
scrivono nella nostra lingua, massime i pro-satori, usassero, più frequentemente che nonfanno , le frasi scelte della lingua , tralasciandoperò quelle che o per lo troppo disuso nonsarebbono intese, o , comechè sia, darebbonostranezza al discorso. Et io certo son d’opi-nione , che se colui che scrive , alle frasi cheabbiamo dette volgari, frapporrà con bel modoe senza alfettazione di tanto in tanto le piùscelte, così che non pajan cercate , ma ve-nute da se, piacerà grandemente anche alpopolo ; il quale preso da quella nobil ma-niera di parlare, sarà poi più disposto diperdonare alcuna voce straniera, o troppo an-tica o nuova , che lo scrittore a qualche voltausi, e loderà l’ardimento. Ma molti sono og-gidì , che usando le frasi che io ho detteVolgari, le quali non possono in alcun modosluggirsi, le scelte non curano, nè voglionoraccorle da buoni autori, e credono che ogniornamento consista in quelle frasi che eglinosi formano con l’ingegno loro. I quali, permio avviso, s’ingannano; perchè sebbene ilformar le frasi a senno suo, e non prenderledalla lingua, possa in alcuni luoghi conveni-re, et assai volte convenga massime a poeti;è però certo che per lo più debbon le frasiscegliersi tra quelle della lingua ; il che nonfacendosi, viene a perdersi quell’urbanità, ovogliam dire atticismo che è sempre statotenuto per un gran pregio in ogni lingua, eche i nostri conseguirebbono forse più facil-mente, se più attentamente e più spessoZanotti F. M. Voi . I. 25