QUINTO. 387
dentro a quai termini debbano contenersiquelli che seguono il Petrarca . Nè io so chealcuno ne abbia dato mai regola particolare.E s’è forse creduto che assai bastino quelleregole generali che i rettorici danno, là dovespiegano i tropi e le figure. 11 che se altriha creduto , non dovrò essere molto ripreso,se j^rrà che io lo creda ancor io, nè vogliapassar più avanti avvolgendomi in tanto pe-lago. Dico bene che quelli che hanno inge-gno, e vi sono da natura disposti, assai piùimpareranno leggendo i poeti stessi, che nonfarcbbono studiando tutte le regole de’ret-torici.
Queste dunque lasciando, d’una cosa solavi avvertirò, la qual credo esser utile, nèso se da altri sia stata mai avvertita. E ciòè , che qualunque siasi la libertà che a liricisi concede di formar frasi e maniere di diredel tutto nuove e maravigliose, io non vor-rei tuttavia che eglino abbonissero le frasiproprie della lingua; anzi vorrei, che comedebbono di necessità valersi delle comunis-sime e volgari, senza le quali non può unragionamento gran fatto estendersi, cosi an-cora facessero di tanto in tanto uso delle piùscelte ; così che sotto quei loro ardimentitrasparisse il fondo d’una bella e nobile ur-banità. Il Petrarca in un medesimo verso vo-lendo dire: è dentro, lo dice cosi appunto,come tutti direbbono; e volendo dire: io miricordo, usa una frase alquanto più scelta,ma propria della lingua, e dice ; mi torna a