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nel numero de’miei doveri lo stendere quelletrenta ottave che io promisi di fare nel poemadel Bertoldo, le quali tanto mi stanno a cuorequanto la promessa mia e quanto il poemastesso, il quale, dopo avere udito il principiodel canto vostro, che mi diceste in Bologna ,mi dee essere grandemente a cuore ancor es-so ; che di vero sarebbe danno che andasseoramai in nulla un poema che contiene uncosì bel principio. Nè io potrei perdonare ame stesso, quand’ anche mel perdonasserotutti voi altri, qualora io potessi esserne , oparerne in qualche modo cagione. Ma io hodeliberato del tutto di non volerlo essere,anzi di mettere in opera tutti i mezzi pernon esserlo; de 1 quali l’uno sarebbe il com-porre quelle trenta ottave, se potessi farlosenza un incomodo che appena potrei soffri-re ; che non potendo soffrire, f altro mezzoche resta , si è che io preghi voi, acciocchéessendo costì , et avendo forse tant’ ozio dapoter concedere qualche ora alla poesia, veg-giate un poco di stendermele, acciocché ionon abbia in ciò altra fatica che quella dipregarvene ; la quale comeeliè possa parerpicciola, voi però non la dovrete creder tale,se rifletterete, che io in pregandovi conoscol’incomodo che io vi do, e così lo sento ,come se dandolo a voi, io lo dessi a me me-desimo; e mi parrà d’aver fatto io la fatica,seia farete voi; quantunque a voi certo debbaesser di minor fatica il comporre, che a menon sarebbe. Io vi direi, per isminuirvela ilpiù ch’io posso, che a me bastano trenta