66a EETTERE
questi giudicato che meglio le starebbe il direapertamente a Maria eli’ella sarà poi mia talMadre, e sarebbe essa con questa dichiarazioneanche più bella. Ma l’elegia vuole essere giu-dicata dal coro delle Muse , cioè della con-versazione di Monsignor Borromeo ; al qualese non piacerà la dissimulazione di essa, ve-da , se gli piace , di cangiar gli ultimi due versiin questi sei, o altri di simile sentimento.
O fortunatam ! Cur non Te credimus esse
Ulani? Stellarutn quee, pariet Dominimi?Nee Te candidior, nec Te jormosior itila est;
Jamque, ut sunt Datimi carmina , tetvpus adest.Credimus, et, nato felioc, dominaberis a stris
Tu quoque, et incedes maxima ccelicoluin .
In qualunque maniera sia per non dispia-cer l'elegia a coteste Muse, (tra le quali ioannovero anche il P. Maniago e Sanseverino)a me piacerà; come piacerai quello che hangiudicato de’vostri segnati 1 c 2 in quell’al-tra elegietta ; benché circa il verso i , sehanno dovuto dubitar tanto, io non avreininna difficoltà di lasciarlo così come è scrittonel primo luogo ; poiché se la difficoltà eli’ iovi ebbi, sussistesse pur un poco, non avrebbelasciato luogo a lunga dubitazione. Comunquesia , rendo grazie del loro giudizio a tuttiquelli che l’hanno dato, e sopra tutto a Vo-stra Eccellenza , cui prego a mantenermi nelnumero, non degli Eroi, ma de’suoi servitori,i quali credo che non mangino , ed essendosuoi servitori, io gli stimo più che i Semidei.Il sig. Cardinal Bieln, il quale ora mi dicono