POESIE
VI
Per bella dama nominata Elìsa.
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Se allor che d’ atro nembo il gran periglioFuggendo, in Libia ricovrossi Enea,
Questa novella Elisa egli vedea,
E i lucid’ occhi azzurri e il biondo ciglio ,
Certo non più del grave e lungo esigilo,
Nè del mar, nè dei venti ei si dolea :
E ben Venere a lui scender potea ,
E Giove ancor, non che di Maja il figlio;
Cbè tutti insieme i Numi invan contesoGli avriano i cari e dolci amori, ond’ ebbeSì l’alma il Trojan duce e il core acceso:
Ne sciolte mai le infide navi avrebbeGià promesse al Latin suolo ; e sospesoIl gran fato di Roma ancor starebbe,
VII
Così non mai ti sia cruda e fallace ,
Fauno , così non mai nulla ti nieghi .doride allor che l’amor tuo le spieghi ;
E d’invidia quel rio vecchio si sface;
E così, s 1 altra mai bella e fugace
Ninfa col corso in van stanchi e coi prieglù,Onde alfin pur, cornuto Dio , la pieghi,Senta aneli’ ella d’Amor l’arco e la face :
Deb fa che questo a te fosso sacratoNoi turbino giammai rane stridenti ,
Ma v’ abbiali l’acque il loro corso usato.
Così dicean di vin caldi e ferventi
Titiro e Mopso ; e allor dal manco latoTremò la selva, o fosse Fauno, o i venti,