a i o Lino
inatolo, torna a riunire le brancate in fasci,come erano prima, e lega cjuesti con trec-ce di paglia di segala o con rami di alberi,per riporli in sito opportuno.
Nella Fiandra si levano lo cime degli stelicon le capsule, mediante un pettine lungocirca un piede,con due a tre file di denti diferro, che può fissarsi sopra un cavalletto.L’operaio prende un fascio di steli dallato delle radici, gli introduce fra i denti eli tragge verso sè, in fino a tanto che tut-te le capsule sieno cadute, non restandopiù che battere quelle per estivarne il se-me. Questo metodo ha però gli inconve-nienti di spezzare sove'nle le cime deglisteli, e di obbligare ad una seconda opera-zione per separare i semi dalle capsule, chespesso restano intere. Proposersi anchemacchine per questo oggetto, (ormate dicoreggìati posti in moto da un asse a boc-ciuoli.
Finita Ja separazione del seme daglisteli, se lo vaglia per separare la buccia piùgrossa e gli avanzi delle capsule; quindi sitrasporta nel granaio perchè termini diseccarsi, rivoltandolo sovente nei primigiorni, ed alle volte per più mesi di segui-to, perfchè non prenda la muffa o non siriscaldi ; difenderlo anche è duopo daisorci, che ne sonò ghiotti. Quando si puòcredere che sia bastantemente asciutto ,riporlo conviene nei sacchi o nelle botti,fino al momento d’ adoperarlo o di ven-derlo.
Vi sono alcuni coltivatori clie ammuc-chiano il loro lino nel granaio come ilfrumento, e non ne trebbiano la semenzache lungo tempo dopo la raccolta. Questapratica, quantunque favorevole alla con-servazione della semente, tollerata puòessere nondimeno soltanto quando lo esi-gano circostanze imperiose, perchè ne ri-sulta una perdita grave tanto di semequanto di filacci, per causa dei sorci oper l’inlralciatura degli steli: supponendo
Liso
ancora che il lino sia stato ricovratoasciuttissimo, senza che abbia preso lamuffa e che si sia riscaldalo, cause tutte edue che cagionar possono la sua perditain tutto od in parte.
Quanto agli steli, dopo separatone ilseme, le donne gli stendono sopra unatavola per mondarli da ogni orba stranie-ra. Indi separano il lino più lungo dalpiù corto, ne fanno manipoli grossi quan-to possono abbracciare con due mani, e lilegano strettissimi, tenendo il lino mede-simo bene eguale dalla parte delle radici.In seguito formano un mucchio con tren-ta, trentasei o quarantadue di quei fasci,ponendoli a sei a sei gli uni sopra gli altri,alternando sempre le radici di un manipo-lo con le cime dell’ altro, e in modo chequelle restino allo infuori o queste all’ in-dietro, incrocicchiate. Questi fasci, in al-cuni luoghi chiamati ruote , si legano stret-tamente con vinchi, acciò prendano la for-ma rotonda. Si dicono mazzi, e dopo averlibene battuti con una grossa asse dalla partedelle radici, vengono passati alla macera-zione. Innanzi di abbandonare l’argomentodella coltivazione del lino e di passare alleoperazioni cui i prodotti di questa assog-gettasi, le quali più direttamente all’ indu-stria in generale di quello eh? all’ agricol-tura appartengono, crediamo non torniinutile una breve disamina di Confrontofra le spese che esige la coltura del lino, edil valore dei prodotti greggi che se nepossono ritrarre. E bensì vero che il cal-colo approssimativo che ne facemmo, rife-ribile soltanto ad alcune località, non è atutte le .altre applicabile. Conviene in ol-tre prevenire i lettori che nessuna altraraccolta varia maggiormente secondo leannate di quella del lino. Tuttavia speria-mo che quanto ora siamo per dire potràservire di utile norma almeno a quelli, iquali volessero fare prove su questa colti-vazione, là dove non sia stabilita.