Luce
proposta.-.! ila Claudet. Verificò egli primie-ramente che le piastre potevano impune-mente assoggettarsi ai raggi mercuriali primae dopo la iodurazione, e elle, per far conessa comparire la imagine, non occorrevadi esporre la piastra sotto un dato angolo,operando il mercurio in tutte le posizionipossibili, anche volgendo la parte, ove è ilrame dal lato di esso. Dietro a ciò formòla idea di porre il mercurio nella cameraoscura e di fare contemporaneamente dueoperazioni, la Iucificuzione e la mereuriz-zazione. Questo metodo riuscì compiuta-mente, ed anzi l’effetto di esso sembra piùperfetto e più uguale. Ottenutosi questoimportante risullamenlo, Claudet foce co-struire una camera oscura che contenevail mercurio, facendovi due aperture, l’ima,per la quale giugne la luce che dee for-male 1’ imagine, 1’ altra dal lato oppostogueruita di un vetro giallo per continuare1’ effetto della luce, ed attraverso la qualel’operatore può scorgere i progressi dell’el-folto simultaneo del mercurio e della luce.Quando si vede che la imagine è compiuta,chiudesi l’obbiettivo,e l’operazione è fini-ta. Dopo 1’ uso delle sostanze accelerataciquesto metodo scapitò molto di interesse;tuttavia può utilmente adoperarsi per co-piare oggetti di arte o vedute con l’iodiosemplice, dando una sicurezza di effetto dicui è certo da farsi gran conto.
E da notarsi che la luce che rischiara lapiastra attraversando il vetro giallo, lungidal nuocere all’ operazione, ha la proprietàdi accelerare la produzione dell’ imagine ;e questo fatto diede a Claudet l’idea di co-struire una camera oscura interamente divetro giallo, per operarvi o secondo il me-todo solito o con la mercurizzazione con-temporanea.
Quello ebe maggiormente importa av-vertire però nella costruzione delle camereoscure pei fotografici esperimenti S senzadubbio la qualità della lente o delle com-
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binaziopi di esse che vi si adattano. Picidaguerrotipi comuni è questa formata diuna sola lente acromatica di gran diametro,e (pianto più si lascia di upeitura al dia-liarnma che mettesi dinanzi ad essa, mag-giore è la sollecitudine che si ottiene ; così,per esempio, un daguerrotipo a lente dicorto fuoco, il quale con un’apertura di i 5millimetri dava una imagine in sei minuti,produsse lo stesso effetto in due miuutiingrandendo l’apertura fino ai a5 milli-metri. Non perciò deesi spiguere troppooltre la grandezza di questa apertura, senon vogliono aversi prove grigie poco di-stinte, massime nel ceutro. D’ ordinarioottiensi la nitidezza rendendo inutile unagran parte della lente, mediante un dia-framma assai stretto, il che è un grandeinconveniente, massime per certe applica-zioni di quell’apparato. L’obbiettivo adot-tato da Chevalier componesi di due lentiacromatiche, diverse quanto al diametro,ma presso a poco di una ugual curvatura ;1’ una ha il diametro del solito obbiettivodel daguerrotipo, ma il suo fuoco è didoppia lunghezza. La seconda lente postaal dinanzi ha un diametro metà minoredell’ altra, e si ottengono i cangiamenti difuoco che si desiderano mutando le curvee la distanza di quella lente accessoria, laquale costa circa otto volte meno di quellaprincipale. La facilità ed economia di que-sto cangiamento di fuoco, è molto impor-tante, non potendosi, per esempio, fare unritratto con lo stesso fuoco che si adoperaper farne una veduta. Lo scompartimentodelle curve fra i due vetri ripara alla aber-razione di sfericità, ed un diaframma agrande apertura basta a toglierne il meno-mo indizio. Adattò inoltre il Chevalier alsuo apparato un diaframma variabile, me-diante il quale può moderarsi quando sivuole la luce trasmessa dall’ obbiettivo bi-cromatico. Chevalier osserva, che non puòimputarsi alla sua combinazione il difetto