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Tomo XXXIII. [Supplimento.]
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Mìcci usa

eglino che il tempo che risparmiano è ne-cessario per tanti altri importanti lavori,come scavo (li fossi, piantagioni ed altro.Senza di quelle alcuni fittaiuoli abbando-nerebbero imprese che più non tornereb-bero loro di profitto, e molte terre rimar-rebbersi incolte ; la mancanza di trebbiatoi,farebbe perdere parte dei prodotti ; senza iseminatoi occorrerebbe maggior copia disementi ; i grani crescerebbero di prezzoed i lavoratori, ancorché fossero generosa-mente pagati, non potrebbero vivere. Lafame che afflisse 1’ Inghilterra ai tempid’ Enrico VI per la mala tenuta delle terree trasse molti a morire d’inedia, benchénon esistessero le macchine, è un funestoesempio della verità di questa asserzione.

Che se si volesse anteporre all’ aratrola vanga, il terreno riuscirebbe forse me-glio coltivato, ma sarebbe lungi senza con-fronto da compensare la spesa infinita-mente maggiore. Inoltre, non c’illudiamo,il più semplice utensile è una macchina,ed all’incontro una macchina della costru-zione più ingegnosa non è che un utensileperfezionato. L’ uomo, egli medesimo èuna macchina artifiziosissima e di grandeperfezione ; ma oltre alle forze fisicheha di più la ragione ed il talento, con1’ aiuto dei quali supplisce e risparmia leforze, nè può rinunziare a questi aiutisenza rendersi pari ai bruti e limitarsi ascarsissimi effetti. Talora 1’ nomo puòagire da sé con più vantaggio di una mac-china, e prima di adottar questa sarà sem-pre da esaminarsi quali vantaggi presenti.Quale sia lo stato degli uomini resi similiai bruti ne possiamo avere un deplorabilesaggio in quegli schiavi cui si facevan girarele macine presso gli antichi. Se la farinacadesse dal cielo, chi si ristarebbe dal rac-corla per lasciar lavorare i mulini a brac-cia? Ma se adunque trovasi desiderabileottenere un utile oggetto senza fatica veru-na, come si può mai porre in dubbio la,

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utilità di dò che dà il mezzo d’averla conla minore possibile ? Le macine ad acquaed a vapore sostituite a quelle a braccia,fanno benefico effetto e tolgono gli uominidall’uffizio di cavalli o di muli, rendendoliad altri lavori e dando così maggior esten-sione alle manifatture ed al commercio.

Ma che diremo di coloro i quali, con-venendo della necessità degli utensili, bia-simano poi le macchine che servono afarle? Quante cognizioni e lavori non oc-corrono pel ferro. Gli abbisogna un fuocoviolento, ma questo, mal diretto, non fa-rebbe che bruciarlo e guastarlo ; occorreun combustibile depurato che non gli co-munichi principii nocivi ; il carbone dilegna od il coke furono per gran tempo isoli impiegali, e questo fuoco, se non siavviva con mantici non avrà bastante vigo-re: inoltre il minerale contiene varie terreche danno un composto vetrificabile; final-mente il metallo si fonde, cola abbasso dellafornace ed esce dalla bocca di questa, im-puro, crudo e fragile. Per lavorarlo èduopo ridurlo malleabile lo che si fa po-nendolo in una fornace, tenendolo fusoed agitandolo, sinché 1’aria che l’attra-versa abbia consumato la maggior partedel suo carbonio. Levasi dalle forme ancorcaldo, si batte, passasi fra cilindri che loriducono in verghe, ed eccolo alto a tuttiquegli usi infiniti cui serve nella vita enelle arti. Occorrono a ciò forze immense,tali che quelle di tutti gli abitanti dell’In-ghilterra sarebbero insufficienti ; è duopoquindi ricorrere alle macchine ad acqua oda vapore per far agire i martelli, i cilindri,le trafile, senza di che gli utensili coste-rebbero carissimi. Per molti oggetti peròtutte queste operazioni non bastano, eh èil ferro dev’ essere più duro, cioè cangiarsiin acciaio, il che si fa tornandogli il car-bonio, toltogli con la depurazione, mante-nendo le spranghe roventi per molte oreimmerse nel carbone. Se vi si lasciano