mio sopra Cesare, quell’opera saria per dare un bel trattato della miliziacomposto da un eccellente architetto. Se nelle tenebre è prezioso anche unfioco lume, si ricordi il lettore, come io accennando al proposito, che Siilaaveva, di ristampare nel 1588 le paterne fatiche, rivelava la prima voltache quelle sopra Polibio erano appunto disegni, per avventura anche incisisopra il rame. In quell’atto da me riportato in corrispondente annotazionenon si fa menzione di scritture; tuttavia vi poteano essere, ma non corpo prin-cipale, chè questo erano disegni, lavoro al tutto somigliante a quello sopra iCommentarli, della cui ristampa ivi pure si ragiona, senza memorarvisi il proe-mio. Siffatta adunque dalle mani del Palladio avremmo oggidì l’opera di Po-libio , quale l’altra di Cesare, scrittori questo e quello che in ogni secolo ec-citeranno la seria attenzione dei lettori, per comprenderne i racconti ripienidella scienza militare del popolo più bellicoso del mondo. Ma i disegni intornoil greco scrittore andarono facilmente perduti, e con essi una più facile intel-ligenza di quel testo cosi difficoltoso.
In tanto difetto di luce io mi chiamerò fortunato di poter recare una let-tera inedita, e fin qui ignorata del Palladio stesso, comunicatami per isponta-nea cortesia dell’ egregio sig. cav. Carlo Promis professore di architetturanella Università di Torino. Ei ne traeva copia dall’ archivio mediceo in Firen-ze , ove autografa si conserva per riconoscimento da me procuralo dal chia-rissimo uomo march. Gino Capponi . Quella lettera indirizzata al gran duca diToscana è una resa di grazie alla benignità con cui la offerta delle fatiche in-torno Polibio era stata ricambiata con un atto di munificenza che non vi sidichiara. Essa quindi è seconda ad un’altra con che il Palladio avrà accom-pagnato que’suoi studii, segnala in Venezia ai XVIII di gennaio MDLXIX.Questa data discoprirebbe quella del palladiano lavoro condotto a fine primadi quello di Cesare. Se non che una direi quasi contraddizione tra l’indirizzo ela data stessa dovrebbe farci sospettare una inesattezza di penna che ci astrin-gerebbe a credere più vecchio d’un dieci anni lo scritto. La critica osserva-zione è dell’ottimo signore V. Canestrini, della cui accortezza si valse il pre-fato marchese per l’esame dell’accennata lettera e per la ricerca, infruttuosa-mente tentata, di altre che potessero trovarvisi su questo conto tra i tantitesori di quell’archivio, fosse anche stato il rinvenimento, magari a Dio , deidisegni medesimi e degli scritti di cui ragiono. Considera adunque il lodatocritico che l’indirizzo dice al Serenissimo Gran Duca: ma questo titolo fu