E SULLE OPERE DI
Avea sentito dire, essere la cicuta un’erbamortifera: il prète Ivaldi era fuori : nel pros-simo cortile verdeggiava molta erba all’in-torno. Il fanciullo esce dalle stanze terrene,svelle confusamente dell’ erba, se n’empie labocca, la mastica, flnchè ributtato dall’insop-portabile amarezza e incalzato dal vomito nondebba rimanersi dall’insano intendimento. Ve-nuta l’ora del pranzo, al guardo della madrenon passò inosservato quel che non avea sa-puto vedere il maestro: le labbra di Vittorioverdi per la masticata erba, gli occhi rossi egonfi per gli sforzi del vomito. Prima le seriedomande, poi le minacce non valsero a farloparlare. Ma i dolori del corpo crescevano, ela violenza del patire era già tanto visibile,che la madre colla da spavento si alzò solle-cita per esaminare quelle labbra più da vici-no. AH’ imperioso atto del materno timore, ilfigliuolo rapito nella espressione di quel vene-rando volto e nell’impeto delle voci che lostringevano, proruppe in angoscioso pianto, econfessò il quasi incredibile tentativo. — Que-sto fanciullo che vorrebbe uccidersi, finisce difarci intendere il fanciullo che non sa darsipace per la sorella da lui divisa, il fanciulloinnamorato di teneri fraticelli e divoti: e inquesto nuovo e serio elemento di vita intimanoi anticipatamente scopriamo il futuro tra-gico dell’Italia.
Non basta. Per una solenne bugia un giornoè condannalo a pubblica penitenza : a traver-sare le vie della città con la reticella da lettoin capo, e a starsi fermo in quell’acconciaturaridicola in una chiesa finché vi duri la messa.Le preghiere, i pianti, le promesse, la dispe-razione, tutto fu indarno. Bisognò andare. Dovele strade eran deserte di popolo, ivi era neces-sario vincere a forza la ritrosia del ricalci-trante fanciullo: dov’cra gente, e’si accostavatutto ai fianchi del pedagogo. Camminava ratto,nascondeva il più che potesse della persona.Entrando in chiesa, ed uscendone, chiusegliocchi, si lasciò condurre dall’altrui mano:durante la messa, non mosse tempia, guardòfisamente il suolo. — Credeva di essere nel-l’opinione di tutti un detestabile malfattore.
Un suo fratello uterino, figlio del primoletto", era andato in Asti a visitare la madre.Aveva quattordici anni: Vittorio otto o nove.Panno insieme con fanciullesca imitazione deiPrussiani ordini i militari csercizj, e Vittorio
VITTORIO ALFIERI xix
cade, batte del capo nell’appuntato ferro diun alare, e ne ritrae una grave ferita nel so-pracciglio. Con pronta e sicura baldanza le-vatosi in piede, non vorrebbe che ne fosse datoavviso alla madre: solamente al sentirsi irri-gato di sangue il volto, e al vedersene bagnatola mano che v’ebbe posta, alza un grido emostra spavento. Curato, e poi dovendo uscirefasciato, non si vergogna nò di quella fasciacome dell’ignominiósa reticella, ma come dionorata insegna se ne compiace: e a chi do-manda la cagione della cosa egli vuole che sianoto, che non per una caduta ignobile, mache recandosi in militari attitudini avea ripor-tato in fronte quella ferita.
Ponderate bene, o lettori, questo prepoten-te, irresistibile bisogno della stima pubblica,questo lontano presentimento di un forte amoredi gloria, ed unitelo con quello melanconiesolitarie, con quel misterioso dolore della vitache testé notammo. Avrete una nuova luce apiù profondamente conoscere questa poeticaanima, che certamente nacque per dare al-| l’Italia un grande scrittore.
I La materna ava del nostro Alfieri era donnadi gran peso in Torino, stimata dalla Corte, eper cortigiano fasto orrevole molto ad occhiovolgare. Andò aneli’ ella verso i tempi che di-scorriamo dalla sua figlia in Àsti: e a quellesplendide apparenze la superbetta anima delnipote, selvatica un po’ per natura, si chiusecon più selvatichezza in sé stessa, sicché lecarezze della fastosa donna non se la dimesti-carono mai. Essendo sul tornare a Torino ellavolea lasciare una qualche cosa al piccolo Vit-torio, che gli facesse ricordare la donatrice:ma condizione ad averla, era il chiederla. Fratimido e ripugnante e’non sapeva risolversi adaprir bocca: e quando gli fu domandato checosa avrebbe voluto, fattosi ornai più ritroso;Niente! rispose. E con sempre maggior sec-chezza ed ostinazione ripeteva ad ogni nuovadomanda la superba parola, finché con dirottopianto non manifestasse da ultimo l’invincibi-lità del pertinace animo. Di questa indomabileresistenza egli diede altri csempj, che qui nonsono indispensabili a riferire. Ma sotto questedimostrazioni di pertinace carattere vi trove-rete sempre un nobile sentimento di sé, e ungeneroso bisogno dell’altrui stima. — Del re-sto quella ritrosia del nipote era provocaladall’alterezza dell’ava: onde noi possiamo da