ATTO PRIMO
SCENA III.
ICILIO, POPOLO, NUMITORIA,VIRGINIA, MARCO
ICILIO
Qual tumulto? Quai grida? Oh ciel ! che veggio?Virginia!... e a lei...
VIRGINIA
Deh! vieni...
NUMITORIA
Il ciel ti manda;
Corri, affrettali, vola. Alto periglioSovrasta alla tua sposa.
VIRGINIA
A te son tolta,
Alla madre, ed a me. Costui di schiavaTacciata m’ha.
ICILIO
Di schiava ! O vii, son questeLe torli imprese tue? Pugnar nel foroMeglio sai tu che in campo? 0 d’ogni schiavoSchiavo peggior, tu questa vergin osiAppellar serva?
MARCO
Icilio, uso alle risse,
Fra le discordie e i torbidi cresciuto,
Ben è dover, che a rinnovar tumultiOnde ognora ti pasci, or tu quest’ unoPretesto afferri. Ma;, fin eh’ avvi in Roma,
A tuo dispetto, sacrosante leggi,
Temer poss’io di te? Questa è mia schiava;
Si, questa; il dico; e a chi provarlo importa,
Il proverò. Nè tu, cred’ io, nè quantiSimili a te fremon qui in suon di sdegno,
Di me giudici siete.
ICILIO
Icilio, e i pochiSimili a lui, qui difensor tremendiDell’innocenza stanno. — Odi mie voci,
Popol di Roma. Io, che finor spergiuroNon sono; io, che l’onor non mai tradito,
Nè venduto ho; che ignobil sangue vanto,
E nobil cor; me udite; a voi parlo io.
Questa innocente libera donzellaÈ di Virginio figlia... Ad un tal nomeArder vi veggo già di splendida ira.
Virginio in campo milita per voi:
Mirate or tempi scellerati! intantoAll’ onte esposta, ed agli oltraggi, in RomaRiman sua figlia. E chi la oltraggia ?... innanziFatti, o Marco; ti mostra... E che? tu tremi?—Eccolo, a voi ben nolo; ultimo schiavoD’Appio tiranno , e suo ministro primo ;D’Appio, d’ogni virtù mortai nemico;
D’ Appio oppresso!, duro, feroce, altero,
Che libertà v’ha tolto, e per più scherno,
Vita or vi lascia. — A me promessa è sposa
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Virginia, e l’amo. Chi son io, non penso,
Che a rimembrarvel abbia: io fui già vostroTribun, gà vostro difensor,... ma invano;
Che al lusinghiero altrui parlar credeste,
Più che al libero mio : pena ne avemmoIl servaggio comune... Or, che più dico?
D’Icilio il braccio, il cor, l’ardir vi è nolo,
Non men che il nome. — A voi libera chieggoMia sposa, a voi. Costui non ve la chiede;Schiavala dice, e piglia, e a forza tragge.—Tra Icilio, e Marco, il mentitor qual sia,Danne sentenza tu, popol di Roma.
MARCO
Leggi, che a voi, popolo re, voi feste,
Sagge, tremende, sacre, infranger primiOr le ardireste voi? No; che di RomaNoi soffriranno i Numi. Allor eh’ io falsoRichieditor convinto sia, sul capoMi piombi allor del vostro sdegno il gravePeso intero: ma infin che folli vantiE atroci ingiurie , e orribili dispregiD’autorità legittima sovrana,
Son le ragion che a me si oppongon sole;
Al suo signor sotlrar l’antica schiava,
Qual di voi l’ardirebbe?
ICILIO
Io primo; e avrommiCompagni a ciò quanti qui son Romani.
Certo, la iniqua tua richiesta ascondeInfame arcano: or, qual ragion ti muova,
Chi ’l sa? chi ’l può, chi ’l vuol saper? non io;Sol che non segua abbominando effetto.
Roma, da che dei Dieci è fatta preda,
Già sotto vel di legge assai sofferseForza, vergogna e stragi. Uso ad oltraggioPur finor non son io: chi ’l soffre, il merla.Schiava non può d’Icilio esser la sposa;...
Fosse anco nata schiava. — Ove si videLegge più ingiusta mai? Schiavi, nel senoDi liberlade? Ed a chi schiavi? al fastoInsultator di chi ci opprime. — I serviPer la plebe non son; per noi, che maniAbbiamo e cor. — Ma servi a mille a mille,Purché noi sia Virginia, abbia pur Roma. —Romani, intanto a me si creda: è questa,
Vel giuro io, figlia di Virginio: il volto,
Gli atti modesti n’ ha, gli alti pensieri,
E i forti sensi. Io l’amo; esser de’mia;
La perderò cosi?
POPOLOMisero sposo!
Costui, chi sa, chi ’l muova?
ICILIO
Oh! ben mi avveggo,Pietà di me sentite; ed io la merto;
Vedete: il di, ch’io mi credea già in sommoD’ogni letizia, ecco, travolto in fondoSon d’ogni doglia. Assai nimici ho in Roma; 'Tutti i nimici vostri; assai possenti,
Ma scaltri più. Chi sa? formi la sposa,