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Tragedie e vita di Vittorio Alfieri : volume unico preceduto da un ragionamento storico-critico / del Prof. Silvestro Centofanti
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ORESTE

ÌÌ2

ELETTRA

E qual può tempo

Bastare a ciò? fosse anco eterno il pianto,Nulla saria. Noi vedi? ancor rappresoSta su queste paréti orride il sangue,

Che tu spargesti : ah 1 fuggi ; al tuo cospetto ;Mira, ei rosseggia, e vivido diventa:

Fuggi, o tu, cui nè posso ornai, nè debboMadre nomar: vanne; dell’empio EgistoRiedi al talamo infame. Al fianco suoTu sua consorte sta; nè più inoltrartiA perturbar le quete ossa d’Alride.

Già già l’irata sua terribil ombraSorge a noi contro, e te respinge addietro.

CLITENNESTRÀ

Fremer mi fai,.; Tu già mi amasti,... o figlia...Oh rimorsi!... oh dolore!... ahi lassa!... E pensiCh’io con Egisto sia felice forse?

ELETTRA

Felice? E il merti? Oh! ben provvide il cielo,Ch’ uom per delitti mai lieto non sia.Eternamente nell’ eterno fatoSta tna sventura scritta. Ancor non provi,

Che i primi tuoi martiri. 11 premio interoTi si riserba di Cocilo all’ onda.

Là‘sostener del trucidato sposoDovrai gl’ irati minacciosi sguardi :

Là, al tuo giunger, vedrai fremer degli aviL’ombre sdegnose: Udrai de’morti regniLo inesorabil giudice dolersi,

Che niun tormento al tuo fallir si adegui.

CLITENNESTRÀ

Misera me ! Che dir poss’io?... pietade...

Ma, non la merto... Eppur, se in core, o figlia;Se tu ih cor mi leggessi... Ah! chi lo sguardoPuò rivolger senz’ ira entro il mio / cuoreContaminato d’infamia cotanta?

L’ odio non posso in te dannar , nè l’ira.

Già in vita tutti i rei tormenti io provoDel tenebroso Averno. 11 colpo appenaDalla man mi sfoggia, che il pentimentoTosto, ma lardo, mi assalia tremendo.

Dal punto in poi, quel sanguinoso spettroE giorno e notte orribilmente sempreSu gli occhi stanimi. Ov’ io pur muova; il veggoDi sanguinosa striscia atro sentiero;

Precedendo, segnarmi : a mensa, in trono,

Mi siede a lato : infra le acerbe piume,

Se pure avvien che gli occhi al sonno io chiuda,Tosto, ahi terribil vista ! ecco mostrarsiNel sogno 1’ ombra; e il già squarciato pettoDilaniar con man rabida , e trarnePiene di negro sangue ambe le palme,

E gittarmelo in volto. — A orrende notti,

Dì soltentran più orrendi: in lunga morteCosi men vivo. — O figlia ( qual eh’ io sia ,

Mi sei pur tale ), al pianger mio non piangi ?ELETTRA

Piango,... si,... piango.— Ma tu, di; non premi,Tutlor non premi l’usurpato trono?

Teco tuttora Egisto vii non godeComune il frutto del comun misfatto? —Pianger di le , noi deggio; e meno io deggidCredere al pianger tuo. Vanne, rientra ;

Lascia, eh’ io sola a compier vada...

CLITENNESTRÀ

Ó figlia,

Deh! m’odi;... aspetta... Io son misera assai;Mi abborro più, che tu non mi’odii.... Egisto*Tardi il conobbi... Oimè !... che dico ? appenaEstinto Atride, alroce appien quant’ eraConóbbi Egisto ; eppure ancor lo amai.

Di rimorso e d’ amor miste ad un tempoProvai le furie,... e provo. Oh degno staloDi me soltanto!... Quàl mercè mi rendaDel suo delitto Egisto, appien lo veggo:

Veggo il disprezzo in falso amor ravvolto:

Ma, a lai son io, che ornai qual posso ammendàFar del misfatto, che non sia niisfatto?

ELETTRA

Alto morire ogni misfatto ammenda.

Ma, poiché al petto tuo tu non torcestiV acciar del sangue maritai fumante;

Poiché in te stessa il braccio parricidaL’ usato ardir perdea; perchè il tuo ferroNon rivolgesti, o non rivolgi, al senoDi quell’ empio, che a te 1’ onor, la pace,

La fama tòglie, ed ai tuo Oreste il regno?

CLITENNESTRA

Oreste?,., òh nome! Entro mie venè il sangueTutto in udirlo agghiacciasi.

ELETTRA

Ribolle,

D’ Oreste al nome, entro ogni vena il mio.

Di madre amor, quàl dee tal madre, or provi.Ma, Oreste vive.

CLITENNESTRÀ

E lunga vita il cielo

Gli dia: sol ch’ei mai non rivolga incàutoAd Argo il piè; Misera madre io sono;

Tolto a me stessa anco per sempre ho il figlio;E forza m’è , per quanto io I’ ami, ai NumiPorger voti, affinchè mai più davantiNon mel traggano.

ELETTRA

Amor luti’ altro io provo.Bramo, che in Argo ei torni, e il eie! ne ho stanco;E di si cara ardente brama io vivo.

Spero, che un giorno ei qui mostrarsi ardisca,Qual figlio il debbe del trafitto Atride.

SCENA III.

EGISTO, CLITENNESTRÀ, ELETTRA

EGISTO

L’intero giorno al dolor tuo par dunqueBreve, o regina? a lai novelli sorgiGià dell’ aurora pria? Dona una volta