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ORESTE
ELETTRA
E tu, cresciuto l’hai;
Fratei secondo a me tu sei.
PILADE
Deh ! meco
Dunque i tuoi preghi unisci; ah! meco imprendiA rattener di questo ardente spirto
I ciechi moti. Oreste, a duro passoVuoi tu ridurci a forza? ad ogni istanteVuoi eh’ io tremi per te? Finora in salvoQui ci han scorti pietate, amor, vendetta;
Ma se cosi prosiegui...
ORESTE
È ver; perdona,
Pilade amato;... io fuor di me... Che vuoi ?..
Qual senno mai regger potea?... Quai moti,
A una tal vista inaspettata!... — lo’l vidi,
Si, con quest’ occhi io ’l vidi. Ergea la testaDal negro avello: il rabbuffato crineDal viso si togliea con mani scarne;
E sulle guance livide di morte
II pianto, e il sangue ancor rappreso stava.
Nè il vidi sol; chè per gli orecchi al coreFlebil mi giunse, e spaventevol voce,
Che in mente ancor mi suona. « 0 figlio imbelle,
» Che più indugi a ferire? adulto sei,
» Il ferro hai cinto: e l’uccisor mio vive? »
0 rampogna ! Ei cadrà per me svenatoSulla tua tomba; dell’iniquo sangueNon serberà dentro a sue vene stilla:
Tu il berai tutto, ombra assetata; e tosto.
ELETTRA
Deh ! l’ire affrena. Anch’ io spesso rimiroL’ombra del padre squallida affacciarsiA quei gelidi marmi; eppur mi laccio.
Vedrai le impronte del sangue paternoAd ogni passo in questa reggia; e forzaTi fia mirarle con asciutto ciglio,
Finché con nuovo sangue non l’hai tolte.
ORESTE
Elettra, oh quanto, più che il dir, mi foraGrato l’oprar ! Ma, fin che il di ne giunga,Starommi io dunque. Intanto, a pianger nati,Insieme almen piangerem noi. Fia veroCiò ch’io più non sperava? entro al tuo seno,D’amor, d’ira e di duci lagrime io verso?
Non seppi io mai di le più nulla: spenta,
Ti credea dal tiranno : a vendicarti,
Più che a stringerti al sen, presto veniva.
ELETTRA
Vivo, e ti abbraccio; e il primo giorno è questo,Che il viver non mi duole. Il rio furoreDel crudo Egisto, che fremea più sempreDi non poter farti svenar, mi feaCerta del viver tuo: ma quando udissi,
Che tu di Strofio 1’ ospitale albergoLasciato avevi, oh qual tremore!...
PILADE
Ad arte
Sparse il padre tal grido, atlìn che in salvo
Dalle insidie d’ Egisto, eì rimanesseCosi vieppiù sicuro. Io mai pertanto,Mai noi lasciai, nè il lascerò.
ORESTE
Sol morte
Partir ci può.
PILADE
Nè lo potria pur morte.
ELETTRA
Oh, senza esempio al mondo, unico amico! —Ma, dite intanto: al sospettoso, al crudoTiranno, or come appresentarvi innanzi?Celarvi qui, già noi potreste.
PILADE
A lui
Mostrar vogliamci apportator mentitiDella morte d’ Oreste.
ORESTE
È vile il mezzo.
ELETTRA
Men vii, eh’ Egisto. Altro miglior, più certo,Non havvi, no: ben pensi. Ove introdottiSiate a costui, pensier fia mio, del tutto,
Il darvi e loco, e modo, e tempo, ed armiPer trucidarlo. Io serbo, Oreste, ancora,
Quel ferro io serbo, che al marito in pettoVibrò colei, cui non osiam più madreNomar dappoi.
ORESTE
Che fa quell’ empia? in qualeStato viv’eila? ed il non tuo delittoCome a te fa scontar, d’ esserle figlia?
ELETTRA
Ah! tu non sai, qual vita ella pur tragge.
Fuor che d’ Atride i figli, ognun pieladeNe avria... L’ avremmo anche pur troppo noi.—Di terror piena e di sospetto sempre;
A vii tenuta dal suo Egisto istesso;
D’ Egisto amante, ancor che iniquo il sappia;Pentita, eppur di rinnovare il falloCapace forse, ove la indegna fiammaDi cui si adira ed arrossisce, il voglia:
Or madre, or moglie; e non mai moglie, o madre:Aspri rimorsi a mille a mille il coreSquarcianle il di; notturne orride larveTolgonle i sonni. — Ecco qual vive.
ORESTE
II cielo
Fa di lei lunga, terrìbil vendetta;
Quella, che a noi natura non concede.
Ma pure ella debb’ oggi, o madre, o moglieEssere, il de’; quando al suo fianco, a terraCader vedrà da me trafitto il reoVile adultero suo.
Vista non l’hai;,
ELETTRA
Misera madre !
.. chi sa?... in vederla...
ORESTE
Udito
Ho il padre; e basta.