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Tragedie e vita di Vittorio Alfieri : volume unico preceduto da un ragionamento storico-critico / del Prof. Silvestro Centofanti
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ORESTE

ELETTRA

E tu, cresciuto l’hai;

Fratei secondo a me tu sei.

PILADE

Deh ! meco

Dunque i tuoi preghi unisci; ah! meco imprendiA rattener di questo ardente spirto

I ciechi moti. Oreste, a duro passoVuoi tu ridurci a forza? ad ogni istanteVuoi eh’ io tremi per te? Finora in salvoQui ci han scorti pietate, amor, vendetta;

Ma se cosi prosiegui...

ORESTE

È ver; perdona,

Pilade amato;... io fuor di me... Che vuoi ?..

Qual senno mai regger potea?... Quai moti,

A una tal vista inaspettata!... — lo’l vidi,

Si, con quest’ occhi io ’l vidi. Ergea la testaDal negro avello: il rabbuffato crineDal viso si togliea con mani scarne;

E sulle guance livide di morte

II pianto, e il sangue ancor rappreso stava.

Nè il vidi sol; chè per gli orecchi al coreFlebil mi giunse, e spaventevol voce,

Che in mente ancor mi suona. « 0 figlio imbelle,

» Che più indugi a ferire? adulto sei,

» Il ferro hai cinto: e l’uccisor mio vive? »

0 rampogna ! Ei cadrà per me svenatoSulla tua tomba; dell’iniquo sangueNon serberà dentro a sue vene stilla:

Tu il berai tutto, ombra assetata; e tosto.

ELETTRA

Deh ! l’ire affrena. Anch’ io spesso rimiroL’ombra del padre squallida affacciarsiA quei gelidi marmi; eppur mi laccio.

Vedrai le impronte del sangue paternoAd ogni passo in questa reggia; e forzaTi fia mirarle con asciutto ciglio,

Finché con nuovo sangue non l’hai tolte.

ORESTE

Elettra, oh quanto, più che il dir, mi foraGrato l’oprar ! Ma, fin che il di ne giunga,Starommi io dunque. Intanto, a pianger nati,Insieme almen piangerem noi. Fia veroCiò ch’io più non sperava? entro al tuo seno,D’amor, d’ira e di duci lagrime io verso?

Non seppi io mai di le più nulla: spenta,

Ti credea dal tiranno : a vendicarti,

Più che a stringerti al sen, presto veniva.

ELETTRA

Vivo, e ti abbraccio; e il primo giorno è questo,Che il viver non mi duole. Il rio furoreDel crudo Egisto, che fremea più sempreDi non poter farti svenar, mi feaCerta del viver tuo: ma quando udissi,

Che tu di Strofio 1’ ospitale albergoLasciato avevi, oh qual tremore!...

PILADE

Ad arte

Sparse il padre tal grido, atlìn che in salvo

Dalle insidie d’ Egisto, eì rimanesseCosi vieppiù sicuro. Io mai pertanto,Mai noi lasciai, nè il lascerò.

ORESTE

Sol morte

Partir ci può.

PILADE

Nè lo potria pur morte.

ELETTRA

Oh, senza esempio al mondo, unico amico! —Ma, dite intanto: al sospettoso, al crudoTiranno, or come appresentarvi innanzi?Celarvi qui, già noi potreste.

PILADE

A lui

Mostrar vogliamci apportator mentitiDella morte d’ Oreste.

ORESTE

È vile il mezzo.

ELETTRA

Men vii, eh’ Egisto. Altro miglior, più certo,Non havvi, no: ben pensi. Ove introdottiSiate a costui, pensier fia mio, del tutto,

Il darvi e loco, e modo, e tempo, ed armiPer trucidarlo. Io serbo, Oreste, ancora,

Quel ferro io serbo, che al marito in pettoVibrò colei, cui non osiam più madreNomar dappoi.

ORESTE

Che fa quell’ empia? in qualeStato viv’eila? ed il non tuo delittoCome a te fa scontar, d’ esserle figlia?

ELETTRA

Ah! tu non sai, qual vita ella pur tragge.

Fuor che d’ Atride i figli, ognun pieladeNe avria... L’ avremmo anche pur troppo noi.—Di terror piena e di sospetto sempre;

A vii tenuta dal suo Egisto istesso;

D’ Egisto amante, ancor che iniquo il sappia;Pentita, eppur di rinnovare il falloCapace forse, ove la indegna fiammaDi cui si adira ed arrossisce, il voglia:

Or madre, or moglie; e non mai moglie, o madre:Aspri rimorsi a mille a mille il coreSquarcianle il di; notturne orride larveTolgonle i sonni. — Ecco qual vive.

ORESTE

II cielo

Fa di lei lunga, terrìbil vendetta;

Quella, che a noi natura non concede.

Ma pure ella debb’ oggi, o madre, o moglieEssere, il de’; quando al suo fianco, a terraCader vedrà da me trafitto il reoVile adultero suo.

Vista non l’hai;,

ELETTRA

Misera madre !

.. chi sa?... in vederla...

ORESTE

Udito

Ho il padre; e basta.