OTTAVIA
'l60
NERONE
Io t’amo,
Poppea, tu il sai : di quale amor, tei dicaQuant’io già fei, quanto a più far mi appresto.
Ma tu....
POPPEA
Che vuoi? poss’io vederti al fiancoQuell’odiosa donna, e viver pure?
Poss’io nè pur pensarvi? Ahi donna indegna!Che amar Neron , nè può , nè sa, nè vuole.
E sì pur finger l’osa.
NERONE
Il cor, la menteAcqueta; in bando ogni timor gelosoCaccia; ma il voler mio rispetta a un tempo.Esser non può, eh’ ella per or non rieda.
Già mosso ha il piè ver Roma: il di novelloQui scorgeralla. II vuol la tua non meno,
Che la mia securtà: che più? s’io ’l voglio;lo non uso a trovare oslacol mai
A’ miei disegni.— Io non mi appago, o donna,D’amor, qual mostri, d’ogni tema ignudo.
Chi me più teme ed obbedisce, sappi,
Ch’ ei m’ ama più.
POPPEA
... Troppo mi rende arditaIl temer troppo. Oh qual puoi farmi immensoDanno! il tuo amor tu mi puoi torre...Ah! priaMia vita prendi: assai minor fia il danno.
NERONE
Poppea, deh! cessa: nel mio amor ti affida.Mai non temer della mia fede : al mioVoler bensì temi d’opporti. Abborro,
Io più che tu, colei che rivai nomi.
Da’suoi torbidi amici appien disgiunta,
Qui di mie guardie cinta la vedrai,
Non tua rivai, ma vii tua ancella : e in breve ,S’io del regnar l’arte pur nulla intendo,
Ella stessa di sè palma daratti.
ATTO SECONDO
SCENA I.
POPPEA, TIGELLINO
POPPEA
Gomun periglio oggi corriam; noi dunqueOggi cercare, o Tigellin, dobbiamoComun riparo.
TIGELLINO
E che? d’Ottavia temi?
POPPEA
Non la beltà per certo ; ognor la miaPrevalse agli occhi di Nerone: io temoIl finto amor, la finta sua dolcezza;,
L’arti temo di Seneca, e sue grida;
E della plebe gl’ impeti ; e i rimorsiDello stesso Nerone.
TIGELLINO
Ei da gran tempo
T’ama, e tu noi conosci? Il suo rimorsoÈ il nuocer poco. — Or, credi, a più compiutaVendetta ei traggo Ottavia in Roma. LasciaCh opri in lui quel suo innato rancor cupo,Giunto al rio nuziale odio primiero.
Questo è il riparo al comun nostro danno.poppea
Sccuro stai? non io cosi. — Ma il franco
Tuo parlar mi fa dire. Appien conoscoNerone , in cui nulla il rimorso puote:
Ma il timor, di, tatto non puote in lui ?
Chi noi vide tremar dell’ abborritaMadre? di me tutto egli ardea; pur farmiSua sposa mai, fìnch’ella visse, ardiva?
Col sol rigor del taciturno aspettoBurro tremar noi fea? non l’atterriscePerfin talvolta ancor, garrulo, e vuotoD’ ogni poter, col magistral suo grido,Seneca stesso? Ecco i rimorsi, ond’ioCapace il credo. Or, se vi aggiungi gli urli,Le minacce di Roma...
TIGELLINO
Ottavia trarre
Potran più tosto ove Agrippina, e Burro,
E tanti, e tanti, andaro. A voler spentaLa tua rivai, lascia che all’odio anticoNuovo timor nel core al sir si aggiunga.
Ei non svelommi il suo pensier per anco;Ma so, che nulla di- Neron l’ingegnoMeglio assottiglia, che il timor suo immenso-Roma, Ottavia chiamando, Ottavia uccide.
POPPEA
Sì, ma frattanto un passeggero lampoPuò di favor sforzato ella usurparsi.
Ci abborre Ottavia entrambi: a cotant’ira