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Tragedie e vita di Vittorio Alfieri : volume unico preceduto da un ragionamento storico-critico / del Prof. Silvestro Centofanti
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ATTO SECONDO

Qual ti fai scudo? il voler dubbio e fraleDi un tremante signore ? A perder noiSolo basta un istante; a noi che giova,

Se cader dobbiam pria, eh’ ella poi cada?

TIGELLINO

Che un balen di favore a lei lampeggi,

Noi temer, no: di Neron nostro il coreElla trovar non sa. Sua stolta pompaD’aspra virtù gli incresce; in lei del pariObbedienza, amor, timor gli spiace;Quell’esca stessa, ov’ ei da noi si piglia,L’abborre in lei. — Ma pur, s’io nulla posso,Che far debb’io? favella.

POPPEA

Ogni più lieveCosa esplorar, sagace, e farmen dotta;Antivedere; a sdegno aggiunger sdegno;

Mezzi inventar, mille a Neron proporne,

Onde costei si spenga; apporle falli,

Ove non n’ abbia; quanta è in te destrezzaAdoprar tutta; andar, venir, tenerlo,Aggirarlo, acciecarlo; e vegliar sempre: —

Ciò far tu dei.

TIGELLINO

Ciò far vogl’io: ma il mezzoOttimo a tanto effetto in cor già fittoNeron si avrà, non dubitar: nell’ arteDi vendetta è maestro: e, il sai, si sdegnaS’altri quant’ ei mostra saperne.

POPPEA

AH’ ira

Tutto il muove, ben so. Meco ei sdegnossiDel soverchio amor mio poc’ anzi; e feroSignor già favellava a me dal trono.

TIGELLINO

Noi provocare a sdegno mai : tu moltoPuoi sul suo cor; ma, più che amor, può in luiImpeto d’ira, ebrezza di possanza,

E fera sete di vendetta. Or vanne:

Meco in quest’ora ei favellar qui suole:

Ogni tua cura affida^n me.

POPPEA

Ti giuro,

Se in ciò mi servi, che in favore e in possaNullo fia mai eh’appo Neron ti agguagli.

SCENA II.

TIGELLINO

Certo, se Ottavia or trionfasse, a noiVerria gran danno; ma, Neron mi affida.Troppo è il suo sdegno; troppa è l’innocenzaD’ Ottavia; scampo ella non ha. — Grand’ arteOggi adoprar con esso emmi pur d’uopo:

Al suo timor dar nome di consiglioProvido; e fargli, a stima anco dei saggi,

Parer giustizia ogni più ria vendetta. —

Signor del mondo, io ti terrò; sol ioAlfieri

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Terrotti, e intero. Intimorirli a tempoE incoraggirti a tempo, a me s’aspetta.

Guai, se vien tolto a te il timor del tutto:

Al mal oprar qual più ti resta impulso;

Qual freno allora al ben oprar ti resta?

SCENA III.

NERONE, TIGELLINO

TIGELLINO

Signor, deh, perchè dianzi non giungevi?Udito avresti il singhiozzar di donna,

Che troppo t’ ama. Aspra battaglia han mossoNel cor tenero e fido di PoppeaDubbio, temenza, amore. Ahi puoi tu tantoAffligger donna, che cosi t’ adora ?

NERONE

Cieca ella ognor di gelosia non giusta,

Veder non vuole il vero. Amo lei sola...

TIGELLINO

Gliel dissi io pur; ma chi calmar può meglioLe fere angosce di timor geloso,

Che riamato amante? A lei, deh, celaQuella terribil maestà, che in voltoTi lampeggia. Acquetare ogni tempestaDel suo sbattuto cor, tu il puoi d’un detto,

D’un sorriso, d’un guardo. Osai giurarleIn nome tuo, che in te pensier non entraDi abbandonarla mai; che ad alto fine,Bench’io noi sappia, in Roma Ottavia appelli;Ma non a danno di Poppea.

NERONE

Tu il vero,

Fido interprete mio, per me giurasti.

Ciò le giurai pur io; ma sorda stette.

Che vaglion detti? Il di novel che sorge,

Compiuto forse non sarà, che fermo

Fia d’ Ottavia il destino, e appien per sempre.

TIGELLINO

E queta io spero ogni altra cosa a un tempo,Ove mostrar pur vogli Ottavia al volgoRea, quanto eli’ è.

NERONE

Poich’io 1’ abborro, è rea,Quanto il possa esser mai. Degg’ io di proveAvvalorare il voler mio ?

TIGELLINO

Pur troppo.

Tener non puoi quest’ empia plebe ancoraIn quel non cal, eh’ ella pur merla. Ai roghiD’Agrippina, e di Claudio, è ver, si tacque:Tacque a quei di Britannico : eppur oggiD’ Ottavia piange, e mormorar si attenta.

Svela i falli d’ Ottavia, e ogn’ uom fia muto.

NERONE

Mai non l’amai ; mi spiacque ognora e increbbe ;Ella ebbe ardir di piangere il fratello;

Cieca obbedir la torbida Agrippina

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