ATTO SECONDO
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Fin da’ più teneri anni. Ognora posciaDocil non t’ebbi al mio volere in opre,
Quanto in parole: assai gran tempo io ’l volliSoffrir; più forse anco il soffria, se madreDi regai prole numerosa e bellaFossi tu siala almeno, ond’ io ne avessiRistoro alcun di affanni tanti. InvanoIo lo sperai; sterile pianta, il tronoPer te d’ eredi orbo restava; e toltoM’ era, per le, di padre il dolce nome. —
Ti repudiai perciò.
OTTAVIA
Ben festi; ov’altra,
Troppo più ch’io noi fui, felice sposaFarti di cari e numerosi figliLieto potea, ben festi. Altra che t’amiQuant’io, ben so, non la trovasti ancora,
Nè troverai. Ma che? mi opposi io forseAi voler tuoi? Nel rimirarti in braccioD’altra, ne piansi; e piango. Altro che pianto,E riverenza, e silenzio, e sospiri,
Forse da me s’udia giammai?
NEBONE
Dolcezza
Hai su le labbra molta; in cor non tanta.Traluce ai detti il fiel: tu mal nascondiL’ira, che in sen contro Poppea nudrisci;
E celasti assai meno altre superbeTue ricordanze di non veri dritti.
OTTAVIA
Deh I scordarti tu al par di me potessiQuesti miei dritti, veraci pur troppo,
Poi ch’io ne traggo si veraci danni!...
D’odio e furor lampeggiano i tuoi sguardi ?
Ah I ben vegg’ io, ( me misera ! ) che abborriMe più assai, che marito odiar non possaSteril consorte. Oh me infelice donna !
Più ognor ti offesi quant’ io più ti amai.
Ma , che li chiesi ? e che ti chieggo ? oscuraSolinga vita, e libertà del pianto.
NEBONE
Ed io, pur certo che d’oscura vitaTi appagheresti meglio, a te prescrittaL’avea; ma poi...
OTTAVIA
Ma poi, pentito n’eri :
E , eh’ io non fossi abbastanza infelice ,
Nascea rimorso in le. De’ tuoi novelliLegami aver me teslimon volevi :
Qui di tua sposa mi volevi ancella ;
Favola al mondo , e di tua corte schernoFarmi volevi. Eccomi dunque ai cenniDel mio signor : che degg’ io fare? imponi. —Ma in tua corte neppur misera appienoFarmi tu puoi, se col mio mal ti appago.
Or, di : sei lieto tu ? placida calmaRegna in tuo core ? ad altra sposa al fianco,Securo godi que’ tranquilli sonni,
Che togli altrui ? Quella Poppea , che orbataD’un fratello non hai, più eh’ io noi fea,
Ti fa beato?
NEBONE
— In quanto pregio debbaIl cor tenersi del signor del mondo ,
Mai noi sapesti; e il sa Poppea.
OTTAVIA
Poppea
Prezzar sa il trono, a cui non nacque: io seppiApprezzar te : nè al paragon si attentiMeco venirne ella in amarti. OttieneElla il tuo cor; ma il merlo io sola.
NEBONE
No , tu non puoi.
Amarmi,
OTTAVIA
Ch’ io noi dovrei, di’ meglio :Ma dal tuo cor non giudicar del mio.
So , che fuor me ne serra eternamenteIl sangue, ond’ esco; e so, che in me tua immago,Contaminata del sangue de’miei,
Loco trovar mai non dovria : ma forzaDi fato è questa. Or , se il fratello, il padre ,Da te svenati io non rimembro, ardisciTu a delitto il fratello e il padre appormi ?
NEBONE
A delitto li appongo Eucero vile...
OTTAVIA
Eucero ! a me ?...
NEBONE
Sì: l’amator , che merli.
OTTAVIA
Ahi giusto ciel! tu l’odi?...
NEBONE
Havvi chi l’osa
Rea tacciar d’impudico amor servile:
Or, per ciò solo io ti ritraggo in Roma.
0 a smentirlo, o a riceverne la pena,
A qual più vuoi, ti appresta.
OTTAVIA
Oh non più intesa
Scelleraggine orrenda! Ov’è l’iniquoAccusator?... Ma, oimè ! stolta, che chieggo?—Nerone accusa, e giudica, ed uccide.
NEBONE
Or vedi amore! odi il velen, se luttoDal petto al fin non ti trabocca; or, ch’ioLe tue arcane laidezze in parte scopro.
OTTAVIA
Misera me!... Che più mi avanza? In bandoDal talamo, dal trono, dalla reggia,
Dalla patria; non basta?... Oh cielo! interaMia fama sola rimaneami; solaMi ristorava d’ ogni tolto bene:
Si preziosa dote erami indarnoDa colei, che in non cal tenne la sua,Invidiata: ed or mi si vuol torre,
Pria della vita? Or via; Neron, che lardi?Pace, il sai, ( se pur pace esser può teco )
Aver non puoi, fìnch’ io respiro : i mezzi.
Di trucidar debole donna inerme