164
OTTAVIA
Mancar ti ponno? Entro i recessi cupiDi questa reggia, atro funesto albergoDi fraude e morte, a tuo piacer mi traggi,E mi vi fa svenare. Anzi, tu stessoPuoi di tua man svenarmivi: mia morte,Non che giovarli, é necessaria ornai.
Del sol morir dunque ti appaga. Ogni altraStrage de’miei ti perdonai già pria;
Me stessa or ti perdono; uccidi, regna,
E uccidi ancor: tutte le vie del sangueTu sai; già in colorar le tue YendetteRoma é dotta: che temi? in me dei ClaudiMuore ogni avanzo; ogni memoria e amoreChe aver ne possa la tua plebe. I NumiSon usi al fumo già dei sanguinosiIncensi tuoi; stan d’ogni strage appesi1 voti ai templi già; trofei, trionfi
Son le private uccisioni. — Or dunqueMorte a placarti basti: or macchia infamePerché mi apporre, ov’io morte sol chieggo?NERONE
— In tua difesa intero a le concedoQuesto nascente di. Se rea non sei,
Gioia ne avrò. — Non l’odio mio, ma temiIl tuo fallir, che di gran lunga il passa.
SCENA TII.
OTTAVIA
Misera me!... Crudo Neron, pasciutoDi sangue ognor, di sangue ognor digiuno!
ATTO TERZO
SCENA i.
OTTAVIA, SENECA
OTTAVIA.
ieni, o Seneca, vieni; almen ch’io piangaCon te: niun con chi piangere mi resta.
SENECA
Donna, e fia ver? mentita accusa infame...
OTTAVIA
Tutto aspettava io da Neron, men questoUltimo oltraggio; e sol quest’uno avanzaOgni mia sofferenza.
SENECA
Or, chi mai videInsania in un sì obbrobriosa, e stolta?
Tu vivo specchio d’innocenza e fede,
Tu pieghevole, tenera, modesta,
E, ancor che stata di Nerone al fianco,
Pure incorrotta sempre; e a te fia toltaOr tua fama cosi? non fia, no; spero.
Io vivo ancora, io testimonio vivoDi tua virtù; spender mia voce estremaIn gridarti innocente udrammi Roma :
Chi fia si duro, che pietà non n’abbia?
Deh! non mi dir ( che mal può dirsi ) or quantaSia l’amarezza del tuo pianto: io tutto
Sento e divido il dolor tuo...
OTTAVIA
Ma invano
Tu speri. Nulla avermi tolto estimaNeron, fin eh’ ei la fama a me non toglie.Tutto soggiace al voler suo: te stessoTu perderesti, e indarno : ah ! per te pureTremar mi fai. Ma in salvo, è ver, che postaDa lunga serie di virtudi ornaiÈ la tua fama: il fosse al par la mia!...
Ma, giovili, donna, infra corrotta corteCresciuta, oh cielo! esser tenuta io possoRea di sozzo delitto. Altri non crede,
Nè creder de’, eh’ io per Neron tuttoraAmor conservi : eppur, per quanto in senoIn mille guise egli il pugnai m’immerga,
Per me il vederlo d’altra donna amanteÈ il rio dolor, che ogni dolor sorpassa.
SENECA
Neron mi serba in vita ancora: ignotaM’ è la cagion ; nè so qual mio destinoMe dall’orme ritrae di Burro, e d’altriPochi seguaci di virtù , eh’ ei spense.
Ma pur Neron, per l’indugiarmi alquanto,Tolto non m’ha dal suo libro di morte.
Io, di mia mano stessa, avrei già troncoLo stame debil mio; sol men rattenneSpeme, ( ahi fallace, e poco accorta speme )