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Tragedie e vita di Vittorio Alfieri : volume unico preceduto da un ragionamento storico-critico / del Prof. Silvestro Centofanti
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ATTO TERZO

Ì65

Di ricondurlo a dritta via. — Ma, irargliDi mano almeno un innocente, a costoDi questo avanzo di mia vita, io spero.

Deh, fossi tu pur quella! o almen potessiRisparmiarti l’infamia! Oh come lietoMorrei di ciò!

OTTAVIA

.... Nel rientrare in questeSoglie, ho deposto ogni pensier di vita.

Non ch’io morir non tema; in me tal forzaDonde trarrei? La morte, è vero, io temo:Eppur la hramo; e sospiroso il guardoA te, maestro del morire, io volgo.

SENECA

Deh!... pensa... Il cor mi squarci... Oimè!...

OTTAVIA

Sottrarmi

Il puoi tu solo; dalla infamia almeno...L’infamia! or vedi, onde a me vien: PoppeaBassi amori mi appone.

SENECA

Oh degna sposa

Di Neron fero!

OTTAVIA

Ei di virtù per certoNon s’innamora: prepotenti modi,

Liberi, audaci, a lui son esca, e giogo;Teneri, a lui recan fastidio. Oh cielo!

Io, per piacergli, e che non fea? Qual legge

10 rispettava ogni suo cenno: io sacro

11 suo voler tenea. Di furto piansiL’ucciso fratei mio: se da me laude

Non ne ottenea Neron, biasmo non n’ ebbe.Piansi, e tacqui; e non lordo di quel sangueCrederlo finsi: invano. Ognor spiacergli,

Era il deslin mio crudo.

SENECA

Amarti mai

Potea Neron, s’empia e crudel non eri? —Ma pur, ti acqueta alquanto. Ecco novelloGià sorge il di. Tosto che udrà la plebeDel tuo ritorno, e rivederti, e proveDarti vorrà dell’ amor suo. Non pocoSpero in essa; feroci eran le gridaAl tuo partire; e il susurrar non tacqueNella tua breve assenza. Iniquo molto,

Ma tremante più assai, Neron per ancoTutto non osa; il popol sempre ei teme.

Fero è, superbo; eppur mal fermo in tronoFinor vacilla: e forse un di...

OTTAVIA

Alto fragore?...

Qual odo

SENECA

Il popol, parrai...

OTTAVIA

Oh cielo!

Alla reggia appressarsi...

SENECA

Odo le grida

Di mossa plebe.

OTTAVIA

Oimè! che Ila?

SENECA

Che temi?

Soli noi siam, che in questa orribil reggiaPaventar non dobbiamo...

OTTAVIA

Ognor più cresce

Il tumulto. Ahi me misera! in periglioForse è Neron... Ma chi vegg’ io?

SENECA

Eccolo, ei viene.

Nerone;

OTTAVIA

Oh, di qual rabbia egli ardeNei sanguinosi occhi feroci ! — Io Iremo...

SCENA. II.

NERONE, OTTAVIA, SENECA

NERONE

Chi sei, chi sei, perfida tu, che interaVaneggi Roma al tuo tornare; ed osiGridar tuo nome? Or qui, che fai?che imprendiCon questo iniquo traditore? entrambiState in mia possa. Invan la plebe stoltaVederli chiede. Ah! se mostrarti io deggio,Spero, qual merti, almen mostrarli; estinta.

OTTAVIA

Di me, Neron, come più il vuoi, disponi.,

Ma di ogni moto popolar, deh! crediChe innocente son io. Nulla (lei giuro)

Chieggo, nè spero io dalla plebe; e doveNuocerti pur, mal grado mio, potessi,

Col mio supplizio il non mio error previeni.

NERONE

Rea, qual ti sei, pria di punirti, io voglioChe ogni uom te sappia.

SENECA

Ed ingannar tu speriCon si turpe menzogna il popol tutto?

NERONE

Tu pur, tu pure, insligator codardoDei tumulti, che sfuggi; ascoso capoDi ribellanti moti; all’ira miaTu pur vendetta un di sarai; ma, poca.

SCENA IH»

TIGELLINO, NERONE, OTTAVIA, SENECA

TIGELLINO

Signor...

NERONE

Che rechi, o Tigellin? favella.