ATTO TERZO
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Di ricondurlo a dritta via. — Ma, irargliDi mano almeno un innocente, a costoDi questo avanzo di mia vita, io spero.
Deh, fossi tu pur quella! o almen potessiRisparmiarti l’infamia! Oh come lietoMorrei di ciò!
OTTAVIA
.... Nel rientrare in questeSoglie, ho deposto ogni pensier di vita.
Non ch’io morir non tema; in me tal forzaDonde trarrei? La morte, è vero, io temo:Eppur la hramo; e sospiroso il guardoA te, maestro del morire, io volgo.
SENECA
Deh!... pensa... Il cor mi squarci... Oimè!...
OTTAVIA
Sottrarmi
Il puoi tu solo; dalla infamia almeno...L’infamia! or vedi, onde a me vien: PoppeaBassi amori mi appone.
SENECA
Oh degna sposa
Di Neron fero!
OTTAVIA
Ei di virtù per certoNon s’innamora: prepotenti modi,
Liberi, audaci, a lui son esca, e giogo;Teneri, a lui recan fastidio. Oh cielo!
Io, per piacergli, e che non fea? Qual legge
10 rispettava ogni suo cenno: io sacro
11 suo voler tenea. Di furto piansiL’ucciso fratei mio: se da me laude
Non ne ottenea Neron, biasmo non n’ ebbe.Piansi, e tacqui; e non lordo di quel sangueCrederlo finsi: invano. Ognor spiacergli,
Era il deslin mio crudo.
SENECA
Amarti mai
Potea Neron, s’empia e crudel non eri? —Ma pur, ti acqueta alquanto. Ecco novelloGià sorge il di. Tosto che udrà la plebeDel tuo ritorno, e rivederti, e proveDarti vorrà dell’ amor suo. Non pocoSpero in essa; feroci eran le gridaAl tuo partire; e il susurrar non tacqueNella tua breve assenza. Iniquo molto,
Ma tremante più assai, Neron per ancoTutto non osa; il popol sempre ei teme.
Fero è, superbo; eppur mal fermo in tronoFinor vacilla: e forse un di...
OTTAVIA
Alto fragore?...
Qual odo
SENECA
Il popol, parrai...
OTTAVIA
Oh cielo!
Alla reggia appressarsi...
SENECA
Odo le grida
Di mossa plebe.
OTTAVIA
Oimè! che Ila?
SENECA
Che temi?
Soli noi siam, che in questa orribil reggiaPaventar non dobbiamo...
OTTAVIA
Ognor più cresce
Il tumulto. Ahi me misera! in periglioForse è Neron... Ma chi vegg’ io?
SENECA
Eccolo, ei viene.
Nerone;
OTTAVIA
Oh, di qual rabbia egli ardeNei sanguinosi occhi feroci ! — Io Iremo...
SCENA. II.
NERONE, OTTAVIA, SENECA
NERONE
Chi sei, chi sei, perfida tu, che interaVaneggi Roma al tuo tornare; ed osiGridar tuo nome? Or qui, che fai?che imprendiCon questo iniquo traditore? entrambiState in mia possa. Invan la plebe stoltaVederli chiede. Ah! se mostrarti io deggio,Spero, qual merti, almen mostrarli; estinta.
OTTAVIA
Di me, Neron, come più il vuoi, disponi.,
Ma di ogni moto popolar, deh! crediChe innocente son io. Nulla (lei giuro)
Chieggo, nè spero io dalla plebe; e doveNuocerti pur, mal grado mio, potessi,
Col mio supplizio il non mio error previeni.
NERONE
Rea, qual ti sei, pria di punirti, io voglioChe ogni uom te sappia.
SENECA
Ed ingannar tu speriCon si turpe menzogna il popol tutto?
NERONE
Tu pur, tu pure, insligator codardoDei tumulti, che sfuggi; ascoso capoDi ribellanti moti; all’ira miaTu pur vendetta un di sarai; ma, poca.
SCENA IH»
TIGELLINO, NERONE, OTTAVIA, SENECA
TIGELLINO
Signor...
NERONE
Che rechi, o Tigellin? favella.