ATTO TERZO
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SCENA V.
NERONE, OTTAVIA
NERONE
E tu, fia questo il tuo trionfo estremo,Godine pur; chè breve...
OTTAVIA
Il di, ma tardo,
Anco verrà, che Ottavia a te fia nota.
SCENA TI.
POPPEA,NERONE,OTTAVIA
POPPEA
Dimmi, o Nerone: al fianco tuo m’hai postaSul trono tu, perch’ io bersaglio fossiAlla insolenza del tuo popol vile?
Ma che veggio? mentr’ io son presa a scherno ,Tacito, e dubbio, e inulto, slai tu appressoAlla cagion d’ ogni tuo danno? in veroSignor del mondo egli è Nerone 1 il volgoPur la sua donna a lui prefigge.
OTTAVIA
Hai sola
Tu di Nerone il core: ornai, che temi?
Io prigioniera vile, io son l’ostaggioDella ondeggiante fè d’audace plebe.
Ti allegra tu: queta ogni cosa appena,
Le tue superbe lagrime rasciutteTosto saranno con tutto il mio sangue.
NERONE
Tosto in luce verran gli obbrobrj tuoi;
Roma vedrà qual sozzo idol s’ha fatto.
Gli avuti oltraggi, a te, Poppea verrannoAscritti a onor; a infamia sua gli onori.
OTTAVIA
E se pur v’ ha chi me convincer possaD’infamia a schiette prove, io già l’ho scelta,In mio pensier, Poppea; giudice solaTe voglio. Il variar del cor gli affetti,
Tu sai qual sia delitto, e qual mercedeA chi n’ è rea si debba. — Ma innocente
10 son, pur troppo, anco ai vostr’ occhi. Or via,Tu, che sì altera in tua virtù ti stai;
Tu, nè pur osi or sostener miei sguardi?
NERONE
Che ardisci tu? Del tuo signor rispettaLa sposa; trema...
POPPEA
Eh lascia. Ella ben sceglie
11 suo giudice in me: qual mai ne avrebbe
Benigno più ? qual potrei dare io penaA chi l’amor del mio Neron tradisce,
Quale altra mai, che il perderlo per sempre?E pena a le, qual fia più lieve? il vileTuo amor, che ascondi invano, appien ti foraPer ine concesso il pubblicarlo: degnaD’Eucero amante, degnamente io fartiD’Eucero voglio sposa.
OTTAVIA
Eucero è velo
A iniquità più vii di lui. Ma teco
Io non contendo: a ciò non nacqui: ardila
Non son io tanto...
NERONE
A chi se' ornai tu pari?
Te fa minor d’ogni più vile ancellaTua turpe fiamma : appien dal prisco grado,Dalla tua stirpe appien scaduta sei.
OTTAVIA
Tu meno assai mi abborriresli, s’ioScaduta fossi or d’ogni cosa; o s’ancoTu il pur credessi. Ma, se il vuoi, ti dono,Tranne sol l’innocenza, ogni mia cosa. —Crudel Neron, qual che tu sii, nè possoCessar d’ amarli, nè arrossirne : immensaBen m’è vergogna in ver, rivai nomarmiDi Poppea: ma noi son; mai non ti amavaCostei: tuo grado, il trono, e quanto intornoTi sta, ciò tutto, e non Nerone, eli’ ama.
NERONE
Perfida, or ora...
OTTAVIA
E tu, quand’ io t’impresiAd amar, tale, ah! tu non eri: al beneNato eri forse : indole tal ne’ primiAnni tuoi, no, mai non mostrasti. Or, eccoChi cangia in te 1’ animo, e il cor; costeiTi affascinò la mente; ella primiera,
Ella ti apprese a saporare il sangue :
L’ eccidio eli’ è di Roma. Io taccio i danniMiei, che i minori fieno: ma sanguignoCorre il Tebro per te ; fratello, e madre...
NERONE
Cessa, taci, ritratti, o ch’io...
POPPEA
Lo sdegno
Merla costei del signor mio? Gli oltraggiSon le usate de’ rei discolpe vane.
Se offendermi ella, o se prestarle fedePotessi tu, solo"un de’motti suoiPunto m’avria. Che disse? ch’io non t’amo?Tu sai...
OTTAVIA
Tu il sai più ch’egli: ei lo sapria,
Se il trono un dì perdesse: appien qual seiConosceriati allora. — Ahi! perchè il trono,Sola cagion per cui Neron mi abborre,
Era mia culla? ah! che non nacqui io pureDi oscuro sangue! a te spiacevol meno,
Meno odiosa, e men sospetta io t’era.