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OTTAVIA
NERONE
Meno odiosa a me? tu sempre il fosli;
E il sei vieppiù; ma, ornai per poco.
POPPE*
E s’io
Avi non vanto imperiali, nataDi sangue vii son io .perciò ? Ma, s’ancoII fossi pur, non figlia esser mi bastaDi Messalina.
OTTAVIA
Avean miei padri regno;
Noti ad ogni uomo i loro error son quindi:
Ma, degli oscuri e ignoti tuoi chi seppeCosa giammai? Pur, se librar te mecoAlcun si ardisse, a Ottavia appor potriaGli scambiati mariti ? avanzo forseSon io d’un Rufo, o d’un Ottone ?
NERONE
Avanzo
Di morte sei, per breve tempo. OrnaiDel tuo perire, incerto è solo il modo;
Ma noi cangi, che in peggio.—Esci; e frattantoT’abbian tue stanze: va; eh’io più non t’oda.
SCEMA VII.
NERONE, POPPEA
NERONE
Poppea, te meglio, e il tuo Neron conosci.Roma dovessi a fuoco e a sangue io porre,Meco il mio impero seppellir dovessi,
Non ti fia fatto oltraggio più ( tei giuro )
Per cagion di costei; nè a me di manoElla fia tratta mai. — Ti acqueta ; in calmaRitorna ; in me ti affida....
POPPEA
Altro non temo,
Che di morir non tua...
NERONE
Deh ! cessa. InsortoRapidamente è il rio tumulto, e rattoDisperderassi : all’ opra anch’ io mi accingo.Secura sta : d’ogni tua ingiuria e dannoVendicator me rivedrai, fra breve.
ATTO QUARTO
SCEMA I.
POPPEA, SENECA
POPPEA
Da me che vuoi ?
SENECA
Scusa, importuno io vengo:Ma forse, io vengo in tuo vantaggio...
POPPEA
Or, donde
Tal cura in te dell’ util mio? Mi fostiAmico mai, nè il sei? Cagion qual’altra,
Che di volermi nuocere?...
SENECA
Giovarti
Mai non vorrei, per certo, ove non fosseMisto per or di Ottavia il minor dannoAll’ util tuo. Pietà della innocenteIllustre donna, amor del giusto, e lungoTedio d’ingrata vergognosa vita,
Parlar mi fanno: ad ascoltar ti muovaTuo interesse, e nuli’ altro.
POPPEA
Udiam: che dirmi
Puoi tu?
SENECA
Che molto increscerai tu tostoA Neron, s’ei pur vede il popol fermoTenacemente in odiarti. Il veroTi dico in ciò: sai ch’io Neron conosco,Roma, i tempi, e Poppea.
POPPEA
Tutto conosci,
Fuorché te stesso.
SENECA
Al mio morir vedrassi,
S’io me pure conobbi. Odimi intanto,
Odimi, prego. — A tua rovina or corriCol bramar troppo tu d’Ottavia i danni.
Roma te sola e del ripudio incolpa,
E dell’ esiglio suo: se infamia, o penaMaggior le tocca, ascritta a te fia sempre.Quindi l’odio di te, già grave, in milleDoppi ° r si accresce, e il susurrare. AncoraSpersa non è l’ammutinala plebe:
Ma pur, poniam che il sia: non riede il giorno,Ch’ella temer vie più si fa? Poppea,