ATTO QUARTO
169
Trema per te; chè il tuo Nerone è taleDa immolar lutto, per salvar se stesso.
Esca è forse ad amore ostacol lieve;
Ma invincibile ostacolo, ben prestoLo spegne in cor che non sublime sia.
Or, non farti lusinga: assai più in conto( E di gran lunga) tien Nerone il trono,
Ch’ ei non ti tiene. E guai, se a tale elettaLo sforza Roma.
POPPEA
Ed io Neron più assai
Tengo in conto, che il trono. Ov’io credessiPorlo per me in periglio... Ma, che narri?Assoluto signor non è di RomaNerone? e fia eh’ ei curi un popol vile,
Pien di temenza, che a Tiberio, a CaioMuto obbedia?....
SENECA
Temerlo assai tu dei,
Se non fai che Neron per se ne tremi.
Osa pur, osa; il freno sol che avanza,
Togli a Neron; ne proverai tu primaI tristi effetti. Inut.il lutto è il sangue,
Che alle fatali nozze tue fu sparso,
Se aggiunger v’osi oggi d’Ottavia il sangue.Mira Agrippina: ella il feroce figlioAmava si, ma il conoscea; nè il volleMai dall’ angoscia del rivai fratelloLiberar, mai. Sua feritade accòrtaPrevalse poscia; e il rio velen piombavaAll’ infelice giovinetto in seno.
Vana fu l’arte della madre; e il fioTosto ella stessa ne pagava. AlloraDi sangue in sangue errar vieppiù feroceNeron vedemmo. Ottavia or sola resta,Freno a tal mostro; Ottavia, idol di Roma,E di Neron terrore. Ottavia togli;
Fa ch’ei di te sia possessor tranquillo;
Sazio (osto il vedrai. Cara ei ti tiene,Perchè a lui tante uccision costasti;
Ma, se un periglio, anco leggier, gli costi,Spento è l’amor. Allor mercede aspetta,Quella, onde avaro mai Neron non fia ;
A chi più l’ama più crudel la morte.
POPPEA
Ecco Neron ; prosiegui.
SENECA
Altro non bramo.
SCENA II.
NERONE,POPPEA,SENECA
NERONE
Perfido; ed osi al mio divieto?...
POPPEA
Vieni, ed udrai...
Alfieri
Ah ! vieni;
NERONE
Che udir? fra poco anch’egliLa ragion stessa, che alla plebe appresto,
Udrà da me.—Ma , oh rabbia! ancor non cessaIl popolar tumulto: i preghi chiusaTrovan la via': verrà tra breve il ferro,
E sgombrerassi ampio sentiero. AcquetaL’alma, o Poppea: domani al ciel risorteTue immagini vedrai ; nel fango stesso,
Ma d’atro sangue intriso, strascinateVedrai le altrui.
POPPEA
Che che ne avvenga, RomaSappia or da te, ch’io non ti ho chiesto sangueAd espiare il ricevuto oltraggio;
Eenchè a soffrir grave mi fosse. ArdiscePur crude mire la ria plebe appormi:
E costui pure, il precettar tuo, m’osaCiò appor, bench’ei noi creda. Io te, mio primoNume, ne attesto : il sai, s’ altro ti chiesiChe l’esiglio d’Ottavia. Erami duroVedermi innanzi ognor colei, che s’ ebbe ,
Non lo merlando, il mio Neron primiera:
Ma, del suo esiglio paga, a’suoi delittiStimai che pena ella ben ampia avesse,
Nel perder te: pena, qual io...
NERONE
Deh! lascia
Parlar Seneca, e il volgo. A Roma or oraChiaro farò, qual sia quest’idol suo.
SENECA
Rada, Neron; più che ingannar, t’è lieveRoma atterrir : l’uno assai volte festi ;
L’altro non mai.
NERONE
Ma, di te pur mi valsiAd ingannarla io spesso; e a ciò pur eriArrendevole tu...
SENECA
Colpevol spesso
Anch’io: ma in corte di Nerone io stava.
NERONE
Vii servo....
SENECA
Il fui, finch’io mi tacqui ; or sorge11 di, eh’ io sciolgo a non più intesi dettiLibera lingua. Al mio fallire ammendaFian lieve i detti, è ver; ma in fama forseTornar potrammi alto morire.
NERONE
In fama
Io ti porrò, qual merli...
SENECA
Infin che grida
Di plebe ascolto, ch e il furor tuo crudoCol tuo timor raltemprano , l’è forzaSoffrirmi ancora: e l’irritarti intantoGiova a me molto; e il farti udir si il vero,Che al ritornar del tuo coraggio io cadaVittima prima: e, se ine pria non sveni,
22