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Tragedie e vita di Vittorio Alfieri : volume unico preceduto da un ragionamento storico-critico / del Prof. Silvestro Centofanti
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ATTO PRIMO

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Di fratello e di madre, a noi lo traggi.Convincetetelo, od egli noi; pur ch’oggiSolo un pensiero, un fine, un voler solo,

A Demarista e a’figli suoi sia norma.

SCENA III*

DEMARISTA, TIMOFANE

TIMOFANE

Forse ei verrà a’ tuoi preghi ; ai replicatiMiei, da gran pezza, è sordo ; ei qual nemicoMe sfugge. Udrai, come maligno adombriOgni disegno mio d’atri colori.

DEMARISTA

Timoleon la virtù viva è sempre.

Già tu non odi in biasmo tuo tal laude:

Madre a figliuol può d’altro figlio farla.

Ne giovi udir, perch’ei ti sfugga. Ei t’ama;

E ben tu il sai: col prematuro suoSenno talora ei ricopria gli eccessiDe’ tuoi bollenti troppo anni primieri ;

Ei stesso elegger capitan ti feaDe’corintj cavalli: e ben rimembriQuella fatai giornata, ove il tuo ciecoValor t’avea tropp’oltre co’ tuoi spinto,

Ed intricato fra le argive lance :

Chi ti sottrasse da rovina certaQuel fatai dì ? Con suo periglio grave,

Non serbò forse , ei solo , a’tuoi l’onore,

La vittoria a Corinto, a te la vita?

TIMOFANE

Madre, ingrato non son; tutto rammento.

Sì, la mia vita è sua; per lui la serbo :

Amo il fratei quanto la gloria : affrontoAlti perigli io solo ; egli godernePotrà poi meco il dolce frutto in pace;

Se il pur vorrà. Ma, che dich’io? Lo stessoEi non è più per me, da assai gran tempo.

I più mortali miei nemici ei poneTra i più diletti suoi. Quel prepotenteArchida, iniquo giudice, che reggeA suo arbitrio del tutto or questo avanzoDi magistrali; ei, che gridando vammiDi morte degno, in suon d’invidia, e d’ira;Egli è compagno indivisibil, norma,

Scorta al fratello mio. — Perchè la vitaCrudel serbarmi, se m’insidia ei posciaPiù preziosa cosa assai, la fama?

DEMARISTA

Non creder pure che a malizia, o a caso,

Egli opri. Udiamlo pria.

TIMOFANE

Madre, lo udremo.

Deh, non sia questo il dì, che a creder abbiMe sconoscente, o mal fratello lui 1Sai, che il poter ch’ei già mi ottenne, or vuole'formi ei stesso, e che il dice?

DEMARISTA

Assai fia meglio,

Ch’ei teco il parta: egual valore è in voi;Maggior, soffri ch’io’1 dica, è in lui prudenza:Che non farete, uniti? E qual mai tempraDi governo, eccellente esser può tanto?

E qual di me più fortunata madre ,

Se d’una gloria, e d’un poter splendenti,Fratelli, eroi, duci vi veggio, e amici ?

TIMOFANE

Madre, per me non resterà, lei giuro.

ATTO SECONDO

SCENA X.

TIMOFANE, ECHILO

s

ECHII,O

Timoleon giunge a momenti: ai soli

Tuoi preghi, e miei, mal s’ arrendea; nuli’altri

Forza gli fe, che le materne islanze.

TIMOFANE

Ben so; pieghevol core egli non contaFra sue tante virtù; ma se varranno,

Giunti all’oprar mio dritto, i dritti sensi,

Oggi fia ’l di, che il suo rigor si arrendaA mie ragioni; o il di mai più non sorge.

ECHILO

Con quel di voi, ch’ultimo ascolto, parmiChe il ver si alberghi : eppur sol uno è il vero.D’ amistade e di sangue a te congiunto,

Di riverenza e d’amistade a lui,

Campo vorrei frattanto, ove ad entrambiL’immenso affetto mio mostrar potessi.

Indivisi deh! siate; e al senno vostro

Me, mie sostanze, il cor, la mente, il brando,