ATTO PRIMO
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Di fratello e di madre, a noi lo traggi.Convincetetelo, od egli noi; pur ch’oggiSolo un pensiero, un fine, un voler solo,
A Demarista e a’figli suoi sia norma.
SCENA III*
DEMARISTA, TIMOFANE
TIMOFANE
Forse ei verrà a’ tuoi preghi ; ai replicatiMiei, da gran pezza, è sordo ; ei qual nemicoMe sfugge. Udrai, come maligno adombriOgni disegno mio d’atri colori.
DEMARISTA
Timoleon la virtù viva è sempre.
Già tu non odi in biasmo tuo tal laude:
Madre a figliuol può d’altro figlio farla.
Ne giovi udir, perch’ei ti sfugga. Ei t’ama;
E ben tu il sai: col prematuro suoSenno talora ei ricopria gli eccessiDe’ tuoi bollenti troppo anni primieri ;
Ei stesso elegger capitan ti feaDe’corintj cavalli: e ben rimembriQuella fatai giornata, ove il tuo ciecoValor t’avea tropp’oltre co’ tuoi spinto,
Ed intricato fra le argive lance :
Chi ti sottrasse da rovina certaQuel fatai dì ? Con suo periglio grave,
Non serbò forse , ei solo , a’tuoi l’onore,
La vittoria a Corinto, a te la vita?
TIMOFANE
Madre, ingrato non son; tutto rammento.
Sì, la mia vita è sua; per lui la serbo :
Amo il fratei quanto la gloria : affrontoAlti perigli io solo ; egli godernePotrà poi meco il dolce frutto in pace;
Se il pur vorrà. Ma, che dich’io? Lo stessoEi non è più per me, da assai gran tempo.
I più mortali miei nemici ei poneTra i più diletti suoi. Quel prepotenteArchida, iniquo giudice, che reggeA suo arbitrio del tutto or questo avanzoDi magistrali; ei, che gridando vammiDi morte degno, in suon d’invidia, e d’ira;Egli è compagno indivisibil, norma,
Scorta al fratello mio. — Perchè la vitaCrudel serbarmi, se m’insidia ei posciaPiù preziosa cosa assai, la fama?
DEMARISTA
Non creder pure che a malizia, o a caso,
Egli opri. Udiamlo pria.
TIMOFANE
Madre, lo udremo.
Deh, non sia questo il dì, che a creder abbiMe sconoscente, o mal fratello lui 1Sai, che il poter ch’ei già mi ottenne, or vuole'formi ei stesso, e che il dice?
DEMARISTA
Assai fia meglio,
Ch’ei teco il parta: egual valore è in voi;Maggior, soffri ch’io’1 dica, è in lui prudenza:Che non farete, uniti? E qual mai tempraDi governo, eccellente esser può tanto?
E qual di me più fortunata madre ,
Se d’una gloria, e d’un poter splendenti,Fratelli, eroi, duci vi veggio, e amici ?
TIMOFANE
Madre, per me non resterà, lei giuro.
ATTO SECONDO
SCENA X.
TIMOFANE, ECHILO
s
ECHII,O
Timoleon giunge a momenti: ai soli
Tuoi preghi, e miei, mal s’ arrendea; nuli’altri
Forza gli fe, che le materne islanze.
TIMOFANE
Ben so; pieghevol core egli non contaFra sue tante virtù; ma se varranno,
Giunti all’oprar mio dritto, i dritti sensi,
Oggi fia ’l di, che il suo rigor si arrendaA mie ragioni; o il di mai più non sorge.
ECHILO
Con quel di voi, ch’ultimo ascolto, parmiChe il ver si alberghi : eppur sol uno è il vero.D’ amistade e di sangue a te congiunto,
Di riverenza e d’amistade a lui,
Campo vorrei frattanto, ove ad entrambiL’immenso affetto mio mostrar potessi.
Indivisi deh! siate; e al senno vostro
Me, mie sostanze, il cor, la mente, il brando,