Buch 
Tragedie e vita di Vittorio Alfieri : volume unico preceduto da un ragionamento storico-critico / del Prof. Silvestro Centofanti
Entstehung
Seite
184
JPEG-Download
 

184 -

TlMOLEONk

Deh non vogliale disdegnar ministri.

TIMOFANE

Ben li conosco, Echilo mio... Ma veggioTimoleon venir: seco mi lascia,

Vo’favellargli a lungo; i sensi suoiDa solo a sol più m’aprirà fors’ egli.

SCESA II.

TIMO LEONE, TIMOFANE

TIMOFANE

Fratello, al fin qui li riveggo; in questiLari, pur sempre tuoi, benché desertiDuramente da te. Mi duol, che i cenniSol della madre, e non spontanea tuaVoglia, al fratei ti riconducan oggi.

TIMOLEONE

Timofane...

TIMOFANE

Che sento? or più non chiamiFratello me? tei rechi forse ad onta?

TIMOLEONE

D’una patria, d’un sangue, d’una madre $Timofane, siam nati: a te fratello,

Finora io’l son; ma tu, fralel mi nomi.

TIMOFANE

Ah! qual mi fai non meritata, acerbaRampogna?... In qual di noi l’ira primieraNascea? Che dico ira fra noi? tu soloMeco adirato sei. Tu mi sfuggisti ;

Tu primo fuor delle materne caseIl piè portasti: a rattenerti io forsePreghi non adoprai, suppliche, e pianto?

Ma tu, prestavi alle calunnie inique,

Più che a mie voci, orecchio. All’ire tueNon ira io, no; dolcezza, amor, ragioni j

Iva opponendo, invano.—Or vedi* in quanta jStima ti tengo: a lieta sorte in braccio j

Mi abbandonavi tu; quindi in me speme,

Anzi certezza,accolsi, che sostegnoIo t’avrei nell’ avversa: intanto andava j

Sperando ognor di raddolcirti, e a parte !

Pur farti entrar del mio gioioso stato... i

TIMOLEONE

Gioioso? Oh! che di tu? Deh! come ratto,

Da ch’io più non li vidi, oltre ogni metaScorso hai lo stadio insultator di regno !

Spander sangue ogni di, gioioso stato?

TIMOFANE

Ma, tu stesso, i cui giorni eran pur sempreDi giustizia splendor, lume del vero,

Non m’hai tu dato di giustizia il brando?

Non mi ottenesti quel poter eh’ io tengo,

De’miei servigj in guiderdon, tu stesso?

Qual forza è dunque di destin sinistro,

Che ognor nomar tirannico fa il sangue,

Sparso da un sol; giusto nomar quant’altroSi dividono in molti?

TIMOLEONEOdi. — Cresciuti

Insieme noi, l’un l’altro appien conosce.Ambizion, che di obbedir ti vieta,

Aggiunta in copia a bollentissim’alma,

Che il moderato comandar ti toglie;

Tal fosti, e in casa, ed in Corinto, e in campo.

TIMOFANE

Mi rimproveri or forse il don, cui piacqueAl tuo saggio valore in campo farmi,

Della vittoria e vita?

TIMOLEONE

Quel mio donoEra dover, non beneficio; e arriseFortuna a me in quel punto. Or, non far ch’ioPentir men debba, lo mai guerrier più ardenteDi te non vidi; nè Corinto un ducePiù valoroso mai di te non ebbe.

Ma quando poscia a cittadine risseFu creduto rimedio (e d’ogni dannoEra il peggior), l’aver soldati in arme,

E perpetuo sovr’essi elegger capo;

Se al periglioso onore eri tu scelto,

Se al militar misto il civil comandoCadeva in te, non m’imputar tal fallo.

10 noi negai; eh’ onta era troppa il farmiDel mio fratei più diffidente io stesso,

Che d’un concittadino altri noi fosse;

Ma di te, da quel di, per te tremai,

E per la patria più: nè in cor mi entravaInvidia, no; sol del tuo lustro io piansi.timofane

Mio lustro? e che? non era il tuo fors’anco?Non eri a me consiglio, anima, duce,

Se tu il volevi? e s’io l’ardir, tu il sennoAdopravam, di che temevi allora?

TIMOLEONE

Sia che fratello, o a me signor ti estimi,

Mal le lusinghe, ad ogni modo , or mecoTi stanno. — Oh ! che di tu ? sordo non fostiA’ detti miei, dal fatai di, che assuntoEri a novello insolito comando? —

Cinto di guardie il già privato nostroAlbergo: uscirne con regale pompaSuperbo tu : sovra ogni aspetto scultaDi timor mista indegnazion: le soglieDi questo ostel, già non più mio, da infamiAdulator tenersi: al ver sbanditoChiusa ogni entrata : appresentarsi audaci,D’oro e di sangue sitibondi, in follaDelator empj; e mercenaria gente,

E satelliti, e pianti, ed armi, e sdegni,

E silenzio , e terrori... Ciò non vid’ io ?...

E (pur troppo! ) noi veggio? Esser mai quest 0Fero apparecchio orribile potea

11 mio corteggio, mai? Ne uscii, chè stanzaDi cittadin questa non era; e in core,

Più ch’ira ancor, di te pietà ne trassi,

E del tuo errore, e del tuo orgoglio stolto-Tuoi replicati falli assai gran tempo