ATTO SECONDO
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Iva scusando io stesso, e grandi, e plebeM’udian sovente asseverar, che farliNon volevi tiranno. Ahi lasso! io vile,
10 per te fatto mentitore, io m’ eraDella patria per te traditor quasi; —
Ch’ io conosceva appien tuo core, lo ’l feciPer torti, ingrato, di periglio, e torreTant’ onta a me; non per aprirti stradaA reo poter, ma per lasciartene unaAl pentimento.
TIMOFANE
E ad un tal fine intantoScegliesti in vece mia nuovi fratelliFra’ miei più aperti aspri nemici...
TIMOLEONE
Ho scelto
I pochi amici della patria, iu loro.
Non perch’io t’ odio, perch’io lei moli’ amo,Son io con quelli; e per sospender forse( Poiché distor tu non la vuoi ] quell’ altaVendetta giusta, che alla patria oppressaNegar non può buon cittadino. I primiImpeti regj in te frenar non volli;
Pur troppo errai : per risparmiarti l’onta,
Che a buon dritto speltavati, lasciaiSpander sangue innocente; o se pur reo,
Fuor d’ogni uso di legge da te sparso.
Troppo t’amai; troppo a te fui fratello,
Oltre il dover di cittadino. AccolsiLusinga in me, che gli odj, il rio sospetto,
E il vii lerror, che a gara squarcian sempre
11 dubbio cor d’ogni uom, che farsi ardisceTiranno, a brani lacerando il tuo,
Pena ti foran troppa; e sprone a un trattoAll’emendarli... Io ciò sperai; lo spero;
Si, fratello; e tei chieggio; e di veraceFraterno e in un cittadinesco pianto,
( Inusitata vista ) oggi la gota
Rigar mi vedi: e supplichevol voce
D’uom, che per sé mai non tremò, tu ascolti.
È sorto al fine il dì; giungesti al punto
Infra tiranno e cittadin, da cui
O ti è forza arretrarti, o a me fratello
Cessar d’ esser, per sempre.
TIMOFANE
Archida parla
In te: pur troppo i sensi suoi ravviso!
SCENA III.
DEMARISTA, TIMOLEONE, TIMOFANE
TIMOFANE
Deh! vieni, o madre; tua mercè mi vagliaDel mio fratello a piegar 1’ alma alquanto...
TIMOLEONE
Si, vieni, o madre; e tua mercè mi vagliaA racquistarmi un vero mio fratello.
Alfieri
DEMARISTA
Voi, l’un l’altro v’amate: or perchè dunqueSturbar vostra amistà?...
TIMOFANE
La troppo austeraSua virtù , non de’ tempi...
TIMOLEONE
Il desir suo,
Superbo troppo, e in ver de’ tempi degno;
Ma indegno appien di chi fratei mi nasce.
DEMARISTA
Ma che? sua possa, non da lui rapita,
Potria dolerti? infra la plebe vileIndistinto vorresti, oscuro, nullo,
Chi la patria salvò?
TIMOLEONE
Che ascolto ! Oh feroDi regia possa pestilente fiato !
Come rapido ammorbi ogni uom, che schermoNon fa d’alti pensieri! Oh come tosto,
Perfida voglia d’impero assoluto,
Entro ogni core alligni! — E il tuo le schiudi,Madre, tu pur? Tu cittadina, destiLa vita a noi fratelli e cittadini:
Nè vile allora tu estimavi il nomeDi cittadina: in vera patria nati,
Qui ci allattasti, e ci crescesti ad essa:
E accenti tuoi fra queste mura or odo,Convenienti al labbro stolto appenaD’orientai dispotica reinà?
TIMOFANE
Madre, tu il vedi: tutto a mal ritorce.
Odi, fallace sconsiglialo zelo,
Come il fa sordo di natura al grido.
DEMARISTA
Ma, quante volte non li udiva io stessaBiasmar questa città? Guasti i costumi,
I magistrati compri...
TIMOLEONE
Or di: m’udisti
A magistrati iniqui antepor maiCompri soldati, ed assoluto sire?
Per l’onor vostro e mio, supporli, o madre,Voglio innocente ancora; e te men tristo,
Che impetuoso. A che l’oprar tuo incautoTrar ti possa, noi vedi? io dunque luce,
Io fiamma or sono alle tenebre lue.
N’ hai tempo ancora. Alta, sublime ammenda,Degna di grande cittadin, ti resta;Generosissim’ opra.
TIMOFANE
Ed è?
DEMARISTA
Per certo,
Magnanim’ opra fia, s’ella è concettaEntro al tuo petto generoso. Or, via,
A lui l’addita.
TIMOLEONE
Il tuo poter, che reoTu stesso fai coll’ abusarne* intero
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