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Tragedie e vita di Vittorio Alfieri : volume unico preceduto da un ragionamento storico-critico / del Prof. Silvestro Centofanti
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ATTO SECONDO

Di pianto, singhiozzando, ei domandavaLa madre sua.

MEROPE

La madre? E tu fellone,Perfido, e tu pur l’uccidevi? e il corpoNe scagliavi nell’onda? Oimèl... Perduto...

EGISTO

Me misero! che feci? II mio delittoTe in alcun modo offende?—Or, tu n’avestiBalia dal re, di me disponi; e n’abbiAlta vendetta. — Oh ciel ! come poteaOffender io te, Merope, cui sempreNel mio cor venerai? — Sapea dal padreLe tue dure vicende: al pianger suoPiansi più volte anch’io: la brama ardenteDi pur vederti anco pungeami. SpessoCol padre antico io porsi per te votiAl ciel; con man, eh’ era innocente allora,Spesso per te fiamma di puro incenso .

Arsi davanti ai piccioli miei Lari. —

Ed io t’offesi? Ah ! mi punisci: il merto;

11 chieggo, il vo’. — Ma, come mai spettartiPotea colui, che a truce aspetto univaCor malnato?... Ma forse, ei tal non era:Necessità ’1 fea tristo... Oimè! che dissi?

Se tu il compiangi, egli è innocente; il tristoIo solo il son; deh! fanne in me vendetta.

MEROPE

— Ma, qual parlar! qual piangere!... Che fia?Mal mio grado ei mi tragge a pianger seco. —Di me il tuo padre ti parlava?

EGISTO

Oh quante

Volte di te, del tuo trafitto sposo,

De’ figli tuoi narrommi !

MEROPE

Oh ciel! de’figli?

EGISTO

Si; dei tre figli tuoi, svenati tuttiDa rio tiranno, il cui feroce aspettoFremer mi fea qui dianzi. Assai più gratoM’è in te il rigor, qual sia, che in lui pielade.

MEROPE

— Più non reggo al suo dire. Inchino appenaL’alma a pietà, che un dubbio orribil tostoA furor mi sospinge : appena io lascioTacer pietade, ecco, s’io ’l miro, o l’odo,

A lagrimar son risospinla.

EGISTO

In core

Quale hai battaglia? Infra te stessa parli?

Pietà li fo? che non l’ascolti?

MEROPE

Ahi lassa !

Che mai farò? — Nè condannar ti posso,Giovinetto, nè assolverli. RimaniEntro la reggia intanto: io vo’ fra pocG

Rivederti. Ben pensa ; in te ripensaOgni più picciol caso di tua vita:

E in un rimembra ogni atto, e motto, e segnoDell’ ucciso. Tornarti anco in pensieroDei del tuo padre ogni più lieve detto. —

Ma, sei tu certo che il buon vecchio il nomeMai non cangiasse? di.

EGISTO

Certo ne sono.

Io, balbettando, a dir Cefiso appresi.

Quando ei poi mi dicea, che di MesseneFuggito s’era, e m’imponea eh’ a ogni uomoil tacessi, del nome anco mi avriaDetto il ver, se ciò fosse: era ei ben certo,

Ch’ io ’l tacerei pur di mia vita a costo.

Ch’ egli è Messenio a te svelai ; ma nullaPoteva io mai nasconderti?

MEROPE

Deh! basta;

Cessa per ora. — Alle mie stanze è forzaCh’ io mi ritragga a sfogar lungamenteIl rattenuto pianto. — A te la reggiaSola assegno per carcere. Di nuovoUdrotli or ora; e il tutto ridirai:

A parte a parte, a tutto appieno, e a lungo,Risponderai: ch’io veritier ti trovi....

Ma, tu non hai di mentitor l’aspetto.

SCENA V.

EGISTO

...Che mai sarà ! dentro il suo cor qual provaMartiro al mio parlare? Or, più che tigre,

Mi si avventa adirata : or, più che madre,Dolce mi parla; e tenera e pietosaMi guarda, e piange. A lei qual può mai dogliaQuell’ ucciso arrecare? Ov’ ella affattoOrba madre non fosse, e da gran tempo,Parria che a lei svenato avessi un figlio.

Ma pur, chi sa?... forse alcun altro avea,

Che caro l’era: o a’ suoi disegni forseStava aspettando alcuno; e quei... Ma invano

10 vo dicendo; io nulla so. — Ben vedi,

Egisto; or vedi, se diceati vero

11 tuo vecchio buon padre : « I grandi mai» Non abbassarti a invidiar ; son essi

» Più infelici di noi. » Vero è, pur troppo:

Nè posso ornai del mio destin dolermi,

Qual eh’ io me l’abbia, ove pur tragger veggoSì dolorosa vita da tanto altaDonna, or deserta.— Ma, già già si annotta:Poiché l’uscir di qui m’è tolto, il piedeNel regai tetto inoltrerò: di questoSangue mondarmi voglio. Ah ! così tormiPotessi il fallo mio. — Ma, giusto è il cielo;

E lutto sa : puniscami, s’io il merto.

!

I

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