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ATTO SECONDO
Di pianto, singhiozzando, ei domandavaLa madre sua.
MEROPE
La madre? E tu fellone,Perfido, e tu pur l’uccidevi? e il corpoNe scagliavi nell’onda? Oimèl... Perduto...
EGISTO
Me misero! che feci? II mio delittoTe in alcun modo offende?—Or, tu n’avestiBalia dal re, di me disponi; e n’abbiAlta vendetta. — Oh ciel ! come poteaOffender io te, Merope, cui sempreNel mio cor venerai? — Sapea dal padreLe tue dure vicende: al pianger suoPiansi più volte anch’io: la brama ardenteDi pur vederti anco pungeami. SpessoCol padre antico io porsi per te votiAl ciel; con man, eh’ era innocente allora,Spesso per te fiamma di puro incenso .
Arsi davanti ai piccioli miei Lari. —
Ed io t’offesi? Ah ! mi punisci: il merto;
11 chieggo, il vo’. — Ma, come mai spettartiPotea colui, che a truce aspetto univaCor malnato?... Ma forse, ei tal non era:Necessità ’1 fea tristo... Oimè! che dissi?
Se tu il compiangi, egli è innocente; il tristoIo solo il son; deh! fanne in me vendetta.
MEROPE
— Ma, qual parlar! qual piangere!... Che fia?Mal mio grado ei mi tragge a pianger seco. —Di me il tuo padre ti parlava?
EGISTO
Oh quante
Volte di te, del tuo trafitto sposo,
De’ figli tuoi narrommi !
MEROPE
Oh ciel! de’figli?
EGISTO
Si; dei tre figli tuoi, svenati tuttiDa rio tiranno, il cui feroce aspettoFremer mi fea qui dianzi. Assai più gratoM’è in te il rigor, qual sia, che in lui pielade.
MEROPE
— Più non reggo al suo dire. Inchino appenaL’alma a pietà, che un dubbio orribil tostoA furor mi sospinge : appena io lascioTacer pietade, ecco, s’io ’l miro, o l’odo,
A lagrimar son risospinla.
EGISTO
In core
Quale hai battaglia? Infra te stessa parli?
Pietà li fo? che non l’ascolti?
MEROPE
Ahi lassa !
Che mai farò? — Nè condannar ti posso,Giovinetto, nè assolverli. RimaniEntro la reggia intanto: io vo’ fra pocG
Rivederti. Ben pensa ; in te ripensaOgni più picciol caso di tua vita:
E in un rimembra ogni atto, e motto, e segnoDell’ ucciso. Tornarti anco in pensieroDei del tuo padre ogni più lieve detto. —
Ma, sei tu certo che il buon vecchio il nomeMai non cangiasse? di.
EGISTO
Certo ne sono.
Io, balbettando, a dir Cefiso appresi.
Quando ei poi mi dicea, che di MesseneFuggito s’era, e m’imponea eh’ a ogni uomoil tacessi, del nome anco mi avriaDetto il ver, se ciò fosse: era ei ben certo,
Ch’ io ’l tacerei pur di mia vita a costo.
Ch’ egli è Messenio a te svelai ; ma nullaPoteva io mai nasconderti?
MEROPE
Deh! basta;
Cessa per ora. — Alle mie stanze è forzaCh’ io mi ritragga a sfogar lungamenteIl rattenuto pianto. — A te la reggiaSola assegno per carcere. Di nuovoUdrotli or ora; e il tutto ridirai:
A parte a parte, a tutto appieno, e a lungo,Risponderai: ch’io veritier ti trovi....
Ma, tu non hai di mentitor l’aspetto.
SCENA V.
EGISTO
...Che mai sarà ! dentro il suo cor qual provaMartiro al mio parlare? Or, più che tigre,
Mi si avventa adirata : or, più che madre,Dolce mi parla; e tenera e pietosaMi guarda, e piange. A lei qual può mai dogliaQuell’ ucciso arrecare? Ov’ ella affattoOrba madre non fosse, e da gran tempo,Parria che a lei svenato avessi un figlio.
Ma pur, chi sa?... forse alcun altro avea,
Che caro l’era: o a’ suoi disegni forseStava aspettando alcuno; e quei... Ma invano
10 vo dicendo; io nulla so. — Ben vedi,
Egisto; or vedi, se diceati vero
11 tuo vecchio buon padre : « I grandi mai» Non abbassarti a invidiar ; son essi
» Più infelici di noi. » Vero è, pur troppo:
Nè posso ornai del mio destin dolermi,
Qual eh’ io me l’abbia, ove pur tragger veggoSì dolorosa vita da tanto altaDonna, or deserta.— Ma, già già si annotta:Poiché l’uscir di qui m’è tolto, il piedeNel regai tetto inoltrerò: di questoSangue mondarmi voglio. Ah ! così tormiPotessi il fallo mio. — Ma, giusto è il cielo;
E lutto sa : puniscami, s’io il merto.
!
I
Alfieri
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