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MARIA STUARDA
MARIA
Malignamente spesso a mal ritorteL’opre son di chi troppo in alto siede :Finor palesi, e d’innocenza figlie,
Le mie non sdegnan testimon nessuno.Per te sian note a Elisabetta: e intantoSi per lei che t’invia, che per te stessoSarai tu sempre entro mia corte accetto.
SCEMA V.
MARIA, BOTUELLO
MARIA
Duro a soffrir ! so di colei qual siaL’ianimo, e 1’ odio; e ammetter pur mi è forza,Ed onorarne il delatore. Or ellaMi assai con arte nuova. A me consigliaII ben, perch’ io noi faccia. Ella mi chiedeChe ai settatori io tolleranza accordi ;
Brama dunque in suo cor ch'io li persegua.Dal divorzio mi stoglie; ah! dunque speraElla affrettarlo. Il so, vorria eh’ errassiQuanto da un re più puossi errar sul trono.Coll’arti stesse sue schermir saprommi.
Sue finte brame or compiacendo, io voglioCrucciar più sempre il suo maligno core.
BOTUELLO
Ciò pur ti dissi, il sai, quando degnastiTua mente aprirmi. Ornai da te lontano,
Per più ragioni, Arrigo esser non debbe.
Sia vero o finto il minacciar suo lungoDi uscir del regno tuo, torgliene i mezziParmi sen deggia, col vegliar sovr’ esso.
MARIA
Certo in me ricadrebbe una tal fuga.
La patria, il trono, il figlio, la consorteLasciar, per girne mendicando asilo,
Chi fia che il veggia, e me non rea ne stimi?
Favola al mondo io non sarò ; pria scelgoOgni mio danno.
BOTUELLO
E tu ben pensi. Oh ! fossePur oggi il dì, che piena pace internaQui risorgesse! Al fin, poich’ ei pur cedeAlle lue istanze, a cui finor fu sordo,
Sperar tu puoi.
MARIA
Si, men lusingo. Al fine,
Di sua passata ingratitudin vero,
Benché tardo, il rimorso oggi gli è scorta.
Ei mi ritrova ognor per lui la stessa:
10 perdono a lui tutto, pur ch’io il vegga.
BOTUELLO
Deh, pentito ei pur fosse! Il sai per provaS’io felice ti vo’.
MARIA
Quant’ io ti deggia,
Di mente mai non mi uscirà. Tu il soglio,
Che i nemici di Rizio empj oltraggiaro,
Con la lor morte hai vendicalo. In campoContro i ribelli aperti io t’ebbi scudo ;
Contro gli occulti, assai più vili, io l’ ebbiFido consiglio in corte. In un sapestiSchernir d’ Arrigo le imprudenti trame,
E rimembrar eh’ era mio sposo Arrigo.
BOTUELLO
Fatai maneggio! Ornai, deh più non siaQui d’uopo usarlo !
MARIA
Ah! se mi ascolta, e credeArrigo all’ amor mio ( eh’ ei sol noi crede ),Sperar mi lice ogni ventura. Il trono,
Men che il cor del mio sposo, a me fia caro.Ma udiamlo; io spero: assai può il ciel, la sortePuò assai... Ma dove arte o consiglio or vaglia,Tu più d’ogni altri a mio favor potrai.
BOTUELLO
11 mio braccio, il mio avere, il sangue, il senno,
( Se pur n’ è in me ) tutto, o regina, è tuo.
ATTO SECONDO
SCENA I.
ARRIGO, LAMORRE
ARRIGO
Sì, lei ridico; ad ottener vendettaDe’ miei nemici io vengo; o a queste muraIo vengo a dar 1’ eterno addio.
LAMORRE
Ben fai.
Ma lusingarti di felice evento,
O re, non dei, finché ai rimorsi interni,
Ai manifesti replicati segni
Del cielo, hai sordo il core. Appien convinto
Dell’ error che professi in cor tu sei :
Di tua crudel persecutrice setta,
A mille a mille, ad ogni passo, innanzi