ATTO SECONDO
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Le dolenti vesligia a (e si fanno:
E il rio servaggio pur di Roma imbelleScuoter non osi; onde tu in faccia al mondoVile ti rendi: ed empio in faccia a Dio.
La prima è questa, pur troppo! e la solaCagion terribil d’ogni tua sventura.
ARRIGO
Più che convinto io son, ch’io non doveaMai ricercar regie fatali nozze:
Non, che atterrito dall’altezza io siaDel grado, no; chè questo scettro islessoIgnoto peso agli avi miei non era:
Ma ben mi duol, eh’ io non pensai qual vanaInstabil cosa eli’ è di donna il core ;
E un benefizio, quanto è grave incarco,
Se da chi far noi sappia ei si riceve.
LAMORRE
Uom non son io del volgo: odimi Arrigo.Grazia in corte non cerco : Amor di paceParlar mi fa. Tutti ammendare ancoraGli error tuoi scorsi, e a sentier dritto puoiTeco tornar tua traviata donna;
Puoi far tuo popol lieto, i figli eletti,
Non del terribil Dio d’ira e di sangue( Cui Roma pinge e rappresenta al vivo ),
Ma del Dio di pietade i veri figli,
Che oppressi son, puoi sollevarli; e impuraNebbia sgombrar, ohe pestilente sorgeDal servo Tebro, ove ogni inganno ha seggio.
ARRIGO
E che? vuoi tu, che in disputar di vaniRiti e di vane opinioni io spenda11 tempo, allor che del mio grado io debboContender?...
LAMORRE
Vane osi appellar lai cose?
Pur mille volte e mille han dato e toltoE regno, e vita. In cor se Roma abborri,Perchè tacerlo? Alto il vessillo spiega;Sostegni avrai quanti qui abborron Roma.
ARRIGO
Di civil sangue io non mi pasco : altrovePace trovar, ch’io qui non ho...
LAMORRE
Che speri?
Per la patria vedere arder da lungi,
Pace ne avrai? Fuggirtene, e la fiammaDestar di civil guerra, ei fia tutt’ uno.
Io non ti spingo all’armi; io no, ministroNon son di sangue. A prevenir più atrociScandali, a trar d’ oppression tuoi fidi,
Pria che sforzati a ribellarsi sieno,
A nuli’altro, ti esorto. Usar la forza,
Tu non dei; ma vietare altrui la forza.
Maria, che bevve a inesauribil fonteCon il latte stranier stranieri errori ;
Maria, che a danno della Scozia accoppiaNel suo cor giovenil di Roma i duriPersecutor pensieri, e i molli modiDelle corrode Gallie; a le non dico
D’obliar mai, ch’ella ti è sposa, e donna:
Ella a sua posta pensi ; opri a sua posta :
Già non siam noi persecutori: paceNoi sol vogliamo, e libertà: deh! s’abbiaPer le. Tu puoi mercare in un la nostra,
E la tua pace. Oscuro un turbin veggio,
Che noi minaccia, e che piombar potriaAnco sul capo tuo, se me non odi.
Pessima gente or qui si alberga, e molta,
Che perder vuoiti, e ti calunnia e abborre.Franchezza e onore invan fra lor tu cerchi :
Se ancor v’ ha Scotti, il siam pur noi ; di Roma,Di rie straniere effeminale foggeNemici al par, che di stranier sorgenteDispotico potere. Ai buoni fartiVuoi moderato re? tu il puoi pur anco:
Farti a’ rei vuoi tiranno? havvi chi ’l bramaPiù assai di te. V’ ha chi di ferro scettroHa fatto già: troppo intricato è il nodo;
Non è da sciorsi, è da tagliarsi. 11 cieloSa perch’io parli; e s’ altro io vo’, che pace. —Opra dunque a tuo senno: io già non spero,Che il ver creduto mai da un re mi sia.
SCENA. II.
ARRIGO
Schietto è forse costui; ma il mio destinoMi trasse a tal, che dell’ error la sceltaSola mi avanza. — Or, eh’ io ritorno invano,Tutto mel dice già: muto ogni volto ;
E la regina ad incontrarmi lenta;
E gli altri... oh rabbia! Ma, ella vien: si ascolti;Risolverò con miglior senno io poscia.
SCENA III.
ARRIGO, MARIA
MARIA
Ben giungi, o tu, che alle mie gioie e affanniIndivisibiI mio compagno io scelsi.
Tu cedi al fine, e ai preghi miei ti arrendi:Ecco, al fin nella tua reggia tu riedi;
Sai, ch’ella è sempre tua, benché ti piacciaStarne si a lungo in volontario bando.
ARRIGO
Regina...
MARIA
Ahi nome! Or, che non di consorte?
ARRIGO
Pari è fra noi la sorte ?
MARIA
Ah! no; che in piantoViver mi fai miei lunghi giorni...
ARRIGO
Il pianto
Mio, tu noi vedi...