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Tragedie e vita di Vittorio Alfieri : volume unico preceduto da un ragionamento storico-critico / del Prof. Silvestro Centofanti
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LA CONGIURA DE’ PAZZI

Al loro sangue il nostro. Io non ti volliDisobbedire in ciò: ma, vedi or fruttoDi tal viltà: possanza e onor sperastiCor da tal nodo, e infamia e oltraggi e schernoNe abbiam noi collo. Il cittadin ci abborre;

E a dritto il fa; siamo al tiranno affini:

Non ci odian più, ci sprezzano i tiranni;

E il merliam noi, che cittadin non fummo.

GUGLIELMO

Sprone ad eccelso oprar, non fren mi avrestiIn altra terra, o figlio. Or, quanto costiAl mio non basso cor premer lo sdegno,

E colorirlo d’amistà mendace,

Tu per le stesso il pensa. È ver, ch’io scorsi

D’impaziente libertade i semi

Fin dall’infanzia in te: talor, noi niego,

Io men compiacqui; ma più spesso assaiPiansi fra me, nel poi vederli un’ almaLibera ed alta troppo. Indi mi parve,

Che a rattemprare il tuo bollor, non pocoAtta sarebbe la somma dolcezzaDi Bianca: al fin padre tu fosti ; e il sei,

Come il son io pur troppo... Ah ! cosi statoNoi fossi io mai ! visto per lei mi avrebbeLa mia patria morire, o in un con essa.RAIMONDO

E, dove 1’ esser padre esser fa servo ,

Farmi padre tu osavi?

GUGLIELMO

Era per anco

Dubbio allora il servaggio...

RAIMONDO

Era men dubbia

La viltà nostra allora...

GUGLIELMO

È ver; sperai,

Che tardo essendo ogni rimedio e vanoAl comun danno ornai, tu fra gli affettiDi marito e di padre, il viver queto...

RAIMONDO

Ma, se pur nato da nuli’altro io fossi,

Marito qui securamente e padre,

Uomo esser può? Non nacqui io certo a questeVane insegne d’inutil magistrato,

Che fan parer, chi l’ultim’è, primiero.

Oggi han perciò forse i tiranni impresoDi torle a me: tanto più vili insegne,

Che a simulata libertà son manto.

Fu il vestirmele infamia; e infamia al pariLo spogliarmele or fia : mira destino.

GUGLIELMO

Fama ne corre; anch’ io 1’ udii; ma pureNoi credo io, no...

RAIMONDO

Perchè noi credi? OltraggiNon ci fero più gravi? I tolti averiPiù non rammenti, e le mutate leggi,

Sol per ferirne? Ingiuriati fummo

Noi vie più sempre, da che a lor congiunti

Noi vilmente ci femmo.

GUGLIELMO

Odimi, o figlio:

Ed al bianco mio crine, ed alla lungaEsperienza or credi. Il giusto fiele,

Che serbo forse anch’io nel cor profondo,Non lo sparger tu invano: ancor ben puossiSoffrire; e mai non credo abbianti a torreDonato onor, qual sia. —Ma, se ogni melaEssi pur varcan, taci : all’ opre è toltoDalle minacce il loco. Alta vendetta,

D’alto silenzio è figlia. A te dan norma,Come odiar si debba, i blandi aspettiDe’ tiranni con noi. Per ora, o figlio,

Io soltanto a soffrir ti esorto e insegno...Non sdegnerò, se poi fia d’uopo un giorno,Da te imparar, come ferir si debba. "

SCENA II.RAIMONDO

...Non oso in lui fidarmi... A queste riveTorni Salviati pria. — De’ miei disegniNulla il padre penetra: ei non sa, ch’oggi,

Più che placargli, inacerbir mi giovaQuesti oppressori. —Ahi padre! a me tu mastroOr del soffrir ti fai? Se’ tu quel desso,

Di cui non ebbe il difensor più ardenteLa patria un di? Quanto in servir fa dottoLa gelida vecchiezza! — Ah! se nuli’altro,

Che tremare, obbedir, soffrir, tacersi,

Col più viver s’impara; acerba morte,

Pria che apparare arte si infame, io scelgo.

SCENA 111.

BIANCA, RAIMONDO

BIANCA

Sposo, alfin ti ritrovo. Ali ! con chi stai,S’ anco me sfuggi?

RAIMONDO

Io favellai qui a luugoDianzi col padre: ma non ho pur quindiTratto sollievo a’ mali miei.

BIANCA

Buon padre,

Sovra ogni cosa, egli è ; per sè non trema ;

Sol pe’ suoi figli ei trema. In petto l’ira,

Per noi, raffrena il generoso vecchio:

Non creder, no, spento il valor, nè domaLa sua fierezza in lui: ch’io tei ridica,

Deh! soffri; egli è buon padre.

RAIMONDO . .

Oh ! dirmi forse