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LA CONGIURA DE’ PAZZI
Al loro sangue il nostro. Io non ti volliDisobbedire in ciò: ma, vedi or fruttoDi tal viltà: possanza e onor sperastiCor da tal nodo, e infamia e oltraggi e schernoNe abbiam noi collo. Il cittadin ci abborre;
E a dritto il fa; siamo al tiranno affini:
Non ci odian più, ci sprezzano i tiranni;
E il merliam noi, che cittadin non fummo.
GUGLIELMO
Sprone ad eccelso oprar, non fren mi avrestiIn altra terra, o figlio. Or, quanto costiAl mio non basso cor premer lo sdegno,
E colorirlo d’amistà mendace,
Tu per le stesso il pensa. È ver, ch’io scorsi
D’impaziente libertade i semi
Fin dall’infanzia in te: talor, noi niego,
Io men compiacqui; ma più spesso assaiPiansi fra me, nel poi vederli un’ almaLibera ed alta troppo. Indi mi parve,
Che a rattemprare il tuo bollor, non pocoAtta sarebbe la somma dolcezzaDi Bianca: al fin padre tu fosti ; e il sei,
Come il son io pur troppo... Ah ! cosi statoNoi fossi io mai ! visto per lei mi avrebbeLa mia patria morire, o in un con essa.RAIMONDO
E, dove 1’ esser padre esser fa servo ,
Farmi padre tu osavi?
GUGLIELMO
Era per anco
Dubbio allora il servaggio...
RAIMONDO
Era men dubbia
La viltà nostra allora...
GUGLIELMO
È ver; sperai,
Che tardo essendo ogni rimedio e vanoAl comun danno ornai, tu fra gli affettiDi marito e di padre, il viver queto...
RAIMONDO
Ma, se pur nato da nuli’altro io fossi,
Marito qui securamente e padre,
Uomo esser può? Non nacqui io certo a questeVane insegne d’inutil magistrato,
Che fan parer, chi l’ultim’è, primiero.
Oggi han perciò forse i tiranni impresoDi torle a me: tanto più vili insegne,
Che a simulata libertà son manto.
Fu il vestirmele infamia; e infamia al pariLo spogliarmele or fia : mira destino.
GUGLIELMO
Fama ne corre; anch’ io 1’ udii; ma pureNoi credo io, no...
RAIMONDO
Perchè noi credi? OltraggiNon ci fero più gravi? I tolti averiPiù non rammenti, e le mutate leggi,
Sol per ferirne? Ingiuriati fummo
Noi vie più sempre, da che a lor congiunti
Noi vilmente ci femmo.
GUGLIELMO
Odimi, o figlio:
Ed al bianco mio crine, ed alla lungaEsperienza or credi. Il giusto fiele,
Che serbo forse anch’io nel cor profondo,Non lo sparger tu invano: ancor ben puossiSoffrire; e mai non credo abbianti a torreDonato onor, qual sia. —Ma, se ogni melaEssi pur varcan, taci : all’ opre è toltoDalle minacce il loco. Alta vendetta,
D’alto silenzio è figlia. A te dan norma,Come odiar si debba, i blandi aspettiDe’ tiranni con noi. Per ora, o figlio,
Io soltanto a soffrir ti esorto e insegno...Non sdegnerò, se poi fia d’uopo un giorno,Da te imparar, come ferir si debba. "
SCENA II.RAIMONDO
...Non oso in lui fidarmi... A queste riveTorni Salviati pria. — De’ miei disegniNulla il padre penetra: ei non sa, ch’oggi,
Più che placargli, inacerbir mi giovaQuesti oppressori. —Ahi padre! a me tu mastroOr del soffrir ti fai? Se’ tu quel desso,
Di cui non ebbe il difensor più ardenteLa patria un di? Quanto in servir fa dottoLa gelida vecchiezza! — Ah! se nuli’altro,
Che tremare, obbedir, soffrir, tacersi,
Col più viver s’impara; acerba morte,
Pria che apparare arte si infame, io scelgo.
SCENA 111.
BIANCA, RAIMONDO
BIANCA
Sposo, alfin ti ritrovo. Ali ! con chi stai,S’ anco me sfuggi?
RAIMONDO
Io favellai qui a luugoDianzi col padre: ma non ho pur quindiTratto sollievo a’ mali miei.
BIANCA
Buon padre,
Sovra ogni cosa, egli è ; per sè non trema ;
Sol pe’ suoi figli ei trema. In petto l’ira,
Per noi, raffrena il generoso vecchio:
Non creder, no, spento il valor, nè domaLa sua fierezza in lui: ch’io tei ridica,
Deh! soffri; egli è buon padre.
RAIMONDO . .
Oh ! dirmi forse