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LA CONGIURA DE’ PAZZI
ATTO TERZO
SCENA X.
RAIMONDO, SALVIATI
SALVIATI
Eccomi: è questo il di prefisso: io riedo;
E meco vien quant’ io promisi. In armiGià d’ Elruria al confin gente si appressa;
Re Fernando l’assolda, il roman SistoLa benedice; a più inoltrarsi, aspettaDa noi di sangue il cenno. Or dimmi, hai prestaFra queste mura ogni promessa cosa?
RAIMONDO
Presto il mio braccio è da gran tempo, ed altriNe ho presti, assai: ma chi ferir, nè dove,Come, o quando, non san; nè saper denno.Manca a tanl’opra il più: l’antico padre,Guglielmo, quei, che avvalorar l’impresaSol può, la ignora: alla vendetta chiusoTiene ei l’orecchio; e ancor parlar l’udrestiDi sofferenza. Il mio pensier gli è noto;
Chè mal lo ascondo; altro ei non sa: non volliDella congiura a lui rivelar nulla,
Se tu pria non giungevi.
SALVIATI
Ohi che mi narri?
Nulla Guglielmo sa ? Ciò eh’ ei pur debbeCompiere al nuovo sol, ti par eh’ ei l’abbiaAd ignorare, al sol cadente?
RAIMONDO
E pensi,
Che un tanto arcano avventurar si deggia?
Che ad uom ( nato feroce , è ver ), ma fattoDeboi per gli anni, ad accordar pur s’abbiaUna notte ai pensieri? Oltre a poche oreBollor non dura entro alle vuole vene;
Tosto riede prudenza; indi incertezza,
E lo indugiare, e il vacillare, e il trarreGli altri in temenza, e fra i timori e i dubbjL’impresa, il tempo si consuma , e l’ira,
Per poi restar con ria vergogna oppressi.
SALVIATI
Ma che? non odia ei pur l’orribil giogo?
Non entra a parte dei comuni oltraggi?...
RAIMONDO
Egli odia assai, ma assai più teme; indi erraInfra sdegno e temenza incerto sempre.
Or l’ira ei preme, e miglior sorte ei pregaE attende, e spera; or, da funesto lampo
All’ alma sua smarrita il ver traluce,
E il fero incarco de’ suoi lacci ei sente;
Ma scuoterlo non osa. Assai pur mossoL’ebbe or dianzi I’ oltraggio ultimo, eh’ ioVolli a ogni costo procacciarmi. OttengaAltri l’inutil gonfalon, che toltoA me vien oggi. A mel ritorre, io stesso,
Con molti oltraggi replicati, ho spintoI tiranni. Sonarne alte querelePur fea; dolor della cercata offesaGrave fingendo. —Or, tempi, e luoghi mira,Ove a virtù mescer lo inganno è forzai —
Già, con quest’ arti, al mio volere alquantoPiegai tacitamente il cor del padre.
Tu giungi al fin: tu il pontificio sdegno,
Del re la possa, e i concertati mezzi,
Tutto esporrai. Qui lo aspettiam; ch’io soglioQui favellargli.
SALVIATI
E dei tiranni stanzaAnco talvolta non è questa?
RAIMONDO
Ornai
Starvi securo puoi : già pria di terzaHan mal compiuto qui lor pubblic’opra.
Del dì 1’ avanzo, essi in bagordi e in sozzaGioia il trarran ; mentre piangiam noi volgo.Perciò venire io qui ti feci; e il padrePur v’ invitai. Stupore avrà da priaNel vederti: l’ardir, la rabbia poscia,
E l’immutabil fero alto proposto,
O di dar morte o di morir, ch’è in noi;
Io ciò tutto dirògli: a me si aspettaD’infiammarlo. Ma intanto, egli oda a un puntoChe può farsi, e che fatta è la congiura.
SALVIATI
Ben li avvisi : più t’odo, e più ti stimoDegno slromento a libertà. Tu natoSei difensor, come oppressor son essi.
Fia di gran peso a indur Guglielmo, il sacroVoler di Roma; in cor senil possentiQue’ pensier primi, che col latte ei bevve,
Son vie più sempre. Ognor dagli avi nostriRoma creduta, a suo piacer nefandeNomò le imprese a lei dannose; e sante,
Quai che si fosser, 1’ utili. Ci giovi,
Se saggi siam, l’antico error; poich’oggi,
Non com’ ei suole, il successor di PieroDei tiranni è nemico, oggi ne vaglia,
Pria d’ogni altr’ arme, il successor di Piero.