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Tragedie e vita di Vittorio Alfieri : volume unico preceduto da un ragionamento storico-critico / del Prof. Silvestro Centofanti
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ATTO

RAIMONDO

Duoimi, e il dico a le sol, non poco duolmi,Mezzo usar vile a generosa impresa :

La via sgombrar di libertà, col nomeDi Roma, or stanza del più rio servaggio:Eppur, colpa non mia, de’ tempi colpa !Duoimi altresì, che alla comun vendettaFar velo io deggio di private offese.

Di basso sdegno il volgo crederammi

Acceso; ed anco , invidioso torse

Del poter dei tiranni. — O ciel, tu il sai...

SALVIATI

Nulla il braccio ti arresti; in breve posciaDalle nostr’opre tratto da d’inganno11 volgo stolto.

RAIMONDO

Ah I mi spaventa, ed empieDi fera doglia or l’avvenire! Al giogoHan fatto il callo: il naturai lor drittoPosto in oblio, non san d’esser fra ceppi;

Non che bramar di uscirne. Ai servi pareDa natura il servir; più forza è d’uopo,

Più che a stringerli, a sciorli.

SALVIATI

Indi più degna

Fia l’impresa di te. Liberi spirtiTornare in Grecia a libertade, o in Roma,Laudevol era, e non diffidi opra :

Ma vili morti schiavi, a vita a un tempoE a libertà tornar, ben fia codesto,

Ben altro ardire.

RAIMONDO

È vero: anco il tentarlo,Fama promette. Ah! cosi fossi io certo,

Come del braccio e del cor mio, del coreDe’cittadini miei! ma, il sol tirannoS’odia, e non la tirannide, dai servi.

SCENA II.

GUGLIELMO, SALVIATI, RAIMONDO

GUGLIELMO

Tu qui, Salviati? Io ti credea sul Tebro,Tuttor mercando onori.

SALVIATI

Al suol natio

Cura maggior mi torna.

GUGLIELMO

E tu mal giungiIn suol, cui meglio è l’obliar. Qual follePensiero a noi ti guida? In salvo, lungeDai tiranni ti slavi, e al career torni?

Or, qual estranea mai lontana terra(E selvaggia ed inospila pur sia)

Ricrescer puote, a chi la propria vedeSchiava di crude ed assolute voglie?

Ti sia esemplo il mio figlio, se ornai dessiDa medicei signori attender altro,

Alfieri

TERZO 257

Che oltraggi e scorni. Invano, invan ti vesteRoma del sacro ministero: il soloLor supremo volere è ornai qui sacro.

RAIMONDO

Padre, e il sai tu, s’egli or qui venga armatoDi sofferenza, o di men vile usbergo?

SALVIATI

Vengo di fera e d’implacabil iraAspro ministro: apportator di certaVendetta intera, ancor che tarda, io vengo.Dall’infame letargo, in cui sepoltiTutti giacete, o neghittosi schiavi,

Spero desiarvi, or che con me, col mioFuror, di Sisto il furor santo io reco.

GUGLIELMO

Arme inutile appieno: in noi non mancaIl furor no; forza ne manca; e forzaOr ci abbisogna, o sofferenza.

SALVIATI

E forza

Ora abbiam noi, quanta più mai se n’ebbe.

10 parole non reco. — Odi, che esportiMi tocca in brevi e forti detti il tutto.

V’ha chi m’impon di ritornarti in mente,

Ove tu possa rimembrarla ancora,

La tua prisca fierezza e i tempi antichi:

Ove no, mi fia duopo addurti innanziL’altrui presente e in un la tua villade.

S’entro alle vene tue sangue hai che bastiContr’essa, da noi lungi or non son l’armi:

Già d’Etruria alle porte ondeggia al ventoRoman vessillo; e, assai più saldo aiuto,

Di Ferdinando la regai bandiera,

Cui le migliaia di affilati brandiSieguon di pugna impazienti, e prestiA imprender tutto a un lieve sol tuo cenno.Ormai sta in te degli oppressor la vita,

11 tuo onor, quel del figlio, e di noi tuttiLa libertà. Ciò che ottener dal brando,

Ciò che viltà toglier ti puote; i dubbi,

Le speranze, i timori, e Tonte, e i danni,Tutto ben libra; e alfin risolvi.

GUGLIELMO

Oh! quali

Cose a me narri? Or fe’poss’io prestarli?

Chi tanto ottenne a nostro prò? FinoraLarghi soltanto di promesse vuote,

Lenti amici ne fur Fernando e Sisto:

Or chi li muove? chi?

RAIMONDO

Tu il chiedi? Hai postoDunque in oblio tu già, che al Tebro, al litoDi Partenope fui? ch’io v’ebbi stanzaBen sette lune, e sette? Ove poss’ioPortare il piè, che sdegno e rabbia sempreMeco non venga? Infra qual gente io trarrePosso i miei di, ch’io non le infonda in pettoL’ira mia tutta; e in un di me, de’mieiNon le inspiri pietade? Ornai, chi sordoResta ai lamenti miei? —Per onta nostra,

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