ATTO
RAIMONDO
Duoimi, e il dico a le sol, non poco duolmi,Mezzo usar vile a generosa impresa :
La via sgombrar di libertà, col nomeDi Roma, or stanza del più rio servaggio:Eppur, colpa non mia, de’ tempi colpa !Duoimi altresì, che alla comun vendettaFar velo io deggio di private offese.
Di basso sdegno il volgo crederammi
Acceso; ed anco , invidioso torse
Del poter dei tiranni. — O ciel, tu il sai...
SALVIATI
Nulla il braccio ti arresti; in breve posciaDalle nostr’opre tratto da d’inganno11 volgo stolto.
RAIMONDO
Ah I mi spaventa, ed empieDi fera doglia or l’avvenire! Al giogoHan fatto il callo: il naturai lor drittoPosto in oblio, non san d’esser fra ceppi;
Non che bramar di uscirne. Ai servi pareDa natura il servir; più forza è d’uopo,
Più che a stringerli, a sciorli.
SALVIATI
Indi più degna
Fia l’impresa di te. Liberi spirtiTornare in Grecia a libertade, o in Roma,Laudevol era, e non diffidi opra :
Ma vili morti schiavi, a vita a un tempoE a libertà tornar, ben fia codesto,
Ben altro ardire.
RAIMONDO
È vero: anco il tentarlo,Fama promette. Ah! cosi fossi io certo,
Come del braccio e del cor mio, del coreDe’cittadini miei! ma, il sol tirannoS’odia, e non la tirannide, dai servi.
SCENA II.
GUGLIELMO, SALVIATI, RAIMONDO
GUGLIELMO
Tu qui, Salviati? Io ti credea sul Tebro,Tuttor mercando onori.
SALVIATI
Al suol natio
Cura maggior mi torna.
GUGLIELMO
E tu mal giungiIn suol, cui meglio è l’obliar. Qual follePensiero a noi ti guida? In salvo, lungeDai tiranni ti slavi, e al career torni?
Or, qual estranea mai lontana terra(E selvaggia ed inospila pur sia)
Ricrescer puote, a chi la propria vedeSchiava di crude ed assolute voglie?
Ti sia esemplo il mio figlio, se ornai dessiDa medicei signori attender altro,
Alfieri
TERZO 257
Che oltraggi e scorni. Invano, invan ti vesteRoma del sacro ministero: il soloLor supremo volere è ornai qui sacro.
RAIMONDO
Padre, e il sai tu, s’egli or qui venga armatoDi sofferenza, o di men vile usbergo?
SALVIATI
Vengo di fera e d’implacabil iraAspro ministro: apportator di certaVendetta intera, ancor che tarda, io vengo.Dall’infame letargo, in cui sepoltiTutti giacete, o neghittosi schiavi,
Spero desiarvi, or che con me, col mioFuror, di Sisto il furor santo io reco.
GUGLIELMO
Arme inutile appieno: in noi non mancaIl furor no; forza ne manca; e forzaOr ci abbisogna, o sofferenza.
SALVIATI
E forza
Ora abbiam noi, quanta più mai se n’ebbe.
10 parole non reco. — Odi, che esportiMi tocca in brevi e forti detti il tutto.
V’ha chi m’impon di ritornarti in mente,
Ove tu possa rimembrarla ancora,
La tua prisca fierezza e i tempi antichi:
Ove no, mi fia duopo addurti innanziL’altrui presente e in un la tua villade.
S’entro alle vene tue sangue hai che bastiContr’essa, da noi lungi or non son l’armi:
Già d’Etruria alle porte ondeggia al ventoRoman vessillo; e, assai più saldo aiuto,
Di Ferdinando la regai bandiera,
Cui le migliaia di affilati brandiSieguon di pugna impazienti, e prestiA imprender tutto a un lieve sol tuo cenno.Ormai sta in te degli oppressor la vita,
11 tuo onor, quel del figlio, e di noi tuttiLa libertà. Ciò che ottener dal brando,
Ciò che viltà toglier ti puote; i dubbi,
Le speranze, i timori, e Tonte, e i danni,Tutto ben libra; e alfin risolvi.
GUGLIELMO
Oh! quali
Cose a me narri? Or fe’poss’io prestarli?
Chi tanto ottenne a nostro prò? FinoraLarghi soltanto di promesse vuote,
Lenti amici ne fur Fernando e Sisto:
Or chi li muove? chi?
RAIMONDO
Tu il chiedi? Hai postoDunque in oblio tu già, che al Tebro, al litoDi Partenope fui? ch’io v’ebbi stanzaBen sette lune, e sette? Ove poss’ioPortare il piè, che sdegno e rabbia sempreMeco non venga? Infra qual gente io trarrePosso i miei di, ch’io non le infonda in pettoL’ira mia tutta; e in un di me, de’mieiNon le inspiri pietade? Ornai, chi sordoResta ai lamenti miei? —Per onta nostra,
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