258 LA CONGIURA
Tu sol rimani, o padre; ove dovrestiPiù d’ogni altro sentir s’ei pesa il giogo:
Tu, che a me padre, al par di me nemicoSei de’ tiranni; e da lor vilipesoPiù assai di me: tu cittadin fra’buoniOttimo già; per lo tuo troppo e stoltoSoffrire, ornai tu pessimo fra’rei.
Col tuo vile rifiuto, a noi perenni
Fa i ceppi, e a te l’infamia; ognun ci scorga
Ben di servir, ma non di viver, degni:
Finché non sia più tempo, aspetta tempo:
Quei crin canuti a nuove ingiurie serba,
E di falsa pietà per me, ch’io abborro,
La obbrobriosa tua temenza adombra.
GUGLIELMO
.... Figlio mio; tal ben sei; di te non menoFervido d’ira e giovinezza, io pureCosi tuonai; ma passò tempo; ed oraNon io son vii, nè tu che il dici, il credi;
Ma, più non opro a caso.
RAIMONDO
Ogni tuo giorno
Tu vivi a caso, e tu non opri a caso?
Che sei? che siamo? Ogni più dubbia speneDi vendetta, non fia cosa più certa,
Che il dubbio stato irrequieto, in cuiViviam tremanti?
GUGLIELMO
11 sai, per me non tremo...
RAIMONDO
Per me, vuoi dir? d’ ogni paterna curaPer me ti assolvo. Or cittadini entrambi,Null’altro siamo: e a me più a perder resta,
Più assai che a te. Di mia giornata appenaGiungo al meriggio, e tu se’ giunto a sera:
Hai figli, ed io son padre; e numerosaProle ho pur troppo, e in quella etade appuntoAlta a nulla per sé, fuorché a pietateDestar nel core. Altri, ben altri or sono,
Che i tuoi legami, i miei. Dolce consorte,
Parte di me miglior, sempre piangenteTrovomi al fianco: a me più figli intornoPiangon, veggendo lagrimar la madre,
E il lor deslin non sanno. Il pianger loroIl cuor mi squarcia; e piango anch’ io di furto...—Ma, d’ogni dolce affetto il cor mi sgombraTosto il pensar, che disconviensi a schiavoL’amar cose non sue. Non mia la sposa,
Non mia la prole, infin che Paure io lascioSpirar di vita a qual eh’ ei sia tiranno.
Legame altro per me non resta al mondo,Tranne il solenne inesorabil giuroDi estirpar la tirannide, e i tiranni.
GUGLIELMO
Due ne torrai: mancan tiranni a schiavi?
RAIMONDO
Manca ai liberi il ferro? Insorgan mille,
Mille cadranno; od io cadrò.
GUGLIELMO
Tuo forte
DE’ PAZZI
Volere al mio fa forza. Io, non indegnoD’esserti padre, affiderei non pocoNel tuo nobile sdegno, ove di nostre,
Non d’armi altrui li avvalorassi. Io veggioNon per'noi, no, Roma e Fernando armarsi;Ma de’ Medici a danno. In queste muraLi porrem noi; ma, e chi cacciarli posciaDi qui potrà? Di libertà non parmiNunzia d’un re la mercenaria gente.
SALVIATI
10 ti rispondo a ciò. Del re la fede,
Nè di Roma la fede, io non ti adduco;
Darla e sciorla a vicenda è di chi regnaSolito ufficio. Il lor comun sospetto,
Lor reciproca invidia, e ciò che suolsiRagion nomar di stato, oggi ti affidi.Signoreggiar ben ne vorriano entrambi;
Ma l’uno all’altro il vieta. In lor non entraPietà di noi; nè ciò diss’io: ma lungaEsperienza, ad onta nostra, dotti
Li fea, che il vario popolar governo,
E l’indiscreto parteggiar, ci fannoPiù fiacchi e lenti e inefficaci all’opre.
Teme ciascun di lor, che insorga un soloTosco signor sulle rovine fosche,
Che all’un di loro a contrastar poi basti,
S’ei fassi all’altro amico. Eccoli sciolto
11 regio intrico: in lor vantaggio, amiciSi fan di noi. S’altro motor v’avesse,
Dirti oserei giammai, che in re ti affidi?
RAIMONDO
E s’altro fosse, al mio furor che in pettoSerrai tanti anni, or credi tu, ch’io il frenoAllenterei sconsideratamente?
Infiammate parole a te pur dianziNon mossi a caso; e a caso non mi udistiVie più inasprir co’ miei pungenti dettiContro di me i tiranni. A lungo io tacqui;
Fin che giovò; ma l’imprudente alteroMio dir, che loro a ingiuriarmi ha spinto,Prudenza eli’ era. Ai vili miei conserviAddotto invan comuni offese avrei ;
Sol le private, infra corrotti schiavi,
Dritto all’ offender danno. A mia vendettaCompagni io trovo, se di me sol parlo;
Se della patria parlo, un sol non trovo:
Quindi, (ahi silenzio obbrobrioso e duro,
Ma necessario pure! ) io non mi attentoNomarla mai. Ma, a te, che non sei volgo,Poss’ io tacerla ? Ah I no. — Metà dell’ opraSta in trucidare i due tiranni: incerta,
E maggior l’altra, nel rifar possente,
Libera, intera, e di virtù capaceLa oppressa città nostra. Or, ti par questaAlla congiura? Io ne son capo, io solo;
N’ è parte ei solo ; e tu, se il vuoi. Gran me* 21Abbiam, tu il vedi; e ancor più ardir che me* 21.Sublime il fin, degno è di noi. Tu, padre,
Di cotanl’ opra or tu minor saresti?
Dammi, dammi il tuo assenso ; altro non manca-